Tiburzio continuava:

— Una rivoluzione che saccheggi si disonora; se noi trionferemo, sarà nostra cura far appendere alle forche qualunque che faccia onta al nostro successo con un latrocinio.

La fronte del medichino si corrugò un istante, e i suoi occhi lampeggiarono molto minacciosi; ma fu un lampo daddovero; innanzi alla serena, fiera, nobile guardatura di Mario, egli riprese tantosto l'amenità della sua fisionomia da elegante frequentatore di aristocratici salotti.

— Il gran punto, caro mio, sta adunque nel trionfare. Del resto voi non mi avete capito, e non voglio che ci guastiamo per un malinteso. Siamo più d'accordo di quel che vi paia, e quando gli avvenimenti avranno volto a seconda dei nostri desiderii, vi accorgerete voi stesso che l'assolutezza del vostro puritanismo dovrà transigere colle necessità del momento. Per assicurare la vostra rivoluzione medesima sarete obbligato a compensare del perduto lavoro infinito numero di plebei che il movimento avrà gettati sulla strada.... Gli è di questi che intendevo parlare.

— Ed a costoro provvederemo.... Agli onesti.

— Eh! Disse Gian-Luigi levando le spalle. Ne avranno ancora maggior bisogno e saranno più pericolosi gli altri... Ma il tempo passa....

Trasse dal taschino del panciotto un prezioso oriuolo d'oro.

— È oramai da un'ora che noi stiamo qui discorrendo, e ci siamo detto tutto quanto pel momento occorre. Separiamoci. Appena avrò appreso alcun che ve lo comunicherò tosto; così voi a me se alcun nuovo fatto intravviene. E frattanto disporremo tutto, ciascuno da parte sua, per la domenica ventura. Ora abbiale la compiacenza di lasciarvi rimettere la fascia sugli occhi.

Glie la pose egli stesso, poi aprì la porta dello stanzino. Il mariuolo che gli faceva da domestico era là che aspettava come una sentinella. Il medichino gli disse all'orecchio:

— Conduci fuori costui per la taverna di Pelone. Se Macobaro è ancora costì mandamelo qui subito.