— Sa Ella al giusto come si passarono le cose per potermi dar torto?
— Lo so..... e da Virginia medesima.
— Ah Virginia.....
Ettore voleva soggiungere della parzialità che sospettava in sua cugina a favore del giovane borghese, ma si tacque, contentandosi di atteggiare le labbra superbe ad un sorriso ironico.
— Questo contrattempo della Polizia concorre sventuratamente ad accrescere il vostro torto: seguitava il padre. Per ripararlo, io otterrò la sollecita liberazione di quel giovane, e voi andrete primo a tendergli la mano.
Ettore sorse in piedi come spinto da una molla.
— Oh codesto, prorupp'egli, io non farò mai. Gli manderò a dire che mi rimetto a sua disposizione per un altro convegno; ed ecco tutto. Non posso far di più che accordargli l'onore di battermi.
— Batterti! Esclamò una donna a faccia orgogliosa, che era entrata in quel punto e s'avanzava con mossa superba. Ti vuoi battere con quel borghese di ieri sera. L'ho capita. Mon Dieu! è egli possibile che t'entrino in testa siffatte idee? Un Baldissero si batte con un suo eguale, ma non con un plebeo.
Era la marchesa, la donna la più infatuata della sua nobiltà che potesse esser mai; era un rinforzo che arrivava al figliuolo per la sua resistenza alle generose idee del padre.
Se il marchese nella sua gioventù aveva nel matrimonio vagheggiato il bene d'una compagna amorevole, degna, capace e desiosa d'essere una confidente, una confortatrice, un consiglio: che del marito facesse suoi travagli e piaceri, propositi e speranze; la signora marchesa eragli stata compiutamente una delusione. Era essa la vanità personificata. Nulla arrivava a toccarle l'anima che l'omaggio reso ai quarti del suo blasone; al suo cervello essa non lasciava giungere che il profumo delle adulazioni; il suo cuore non palpitava che per le emozioni dell'orgoglio. A farla consentire con premurosa voglia alle nozze col marchese, non era stata la fama di valore di costui, la bella sua presenza, che ne faceva uno dei più eleganti cavalieri del suo tempo, l'ingegno e la leggiadria delle maniere, era stata soltanto la purezza nobiliare del suo stemma portato dai suoi maggiori alle crociate. Quindi non gli aveva ella recato nella vita comune nè vero amore, nè l'abbandono fiducioso onde si assembra e si fa quasi una sola l'esistenza di due vite, ma soltanto un esagerato concetto della dignità e della grandezza aristocratica del nome. Quante volte il bisogno d'affetto, cui pure possedeva potente l'animo del marchese, non gli fu amaramente propulsato dall'aridità di quel cuore di donna! Come spesso l'animo del gentiluomo si sentì ferito e dolorò nel trovarsi ad ogni occasione daccanto il freddo contatto d'un'anima che non capiva ragione d'affetto, che non aveva per nessuna guisa quello che Dante chiama intelletto d'amore? Aveva egli sperato, l'anima compagna e temprata al medesimo sentire, in cui quindi potesse effondersi, trovarla poi nel figliuolo; e fu invano anche questo. Nel figliuolo primogenito si ritrovava esatta la riproduzione dell'asciutta, fredda, vanitosa, arrogante anima materna. La famiglia del marchese era spoglia di ciò che ne fa la maggiore dolcezza e il pregio invidiabile; egli stava sopra di essa come un capo riconosciuto ma non amato, come un superiore innanzi a cui si cede, ma sotto il rispetto pel quale c'è l'indifferenza. Se non fosse stato della amorevole e riconoscente Virginia, il marchese non avrebbe saputo più che cosa fosse la tenerezza di un affetto. In questa solitudine del cuore le triste memorie del passato, di cui abbiamo avuto già un cenno, lo angustiavano con segreto, incomunicato e tanto più fiero tormento.