Accennava egli colla mano i libri sequestrati a Francesco, le carte trovate nello stipo di Maurilio, e i rapporti dei delegati della polizia.

— Volentieri: disse il marchese alzandosi da sedere per avvicinarsi allo scrittoio sul cui piano erano le carte additale.

La Cappa avvisò che non gli restava altro da fare che andarsene. Aveva ricevuto la quasi sicurezza che il dottor Quercia non sarebbe stato inquietato, e gli tardava recare alla figliuola la notizia del suo successo diplomatico. Prese commiato; nessuno disse pure una parola per trattenerlo, ed egli si partì.

— Eccoti prima di tutto il rapporto di un agente che è fra i più zelanti ed accorti, un certo Barnaba: così disse il Governatore, porgendo una carta al marchese, il quale si diede a leggerla con ogni attenzione.

In quel rapporto erano esposti i fatti che abbiamo visto svolgersi, ed esposti colle tinte più scure che potessero aggravarne il significato. Il principale argomento per la colpabilità dei giovani incriminati, la prova più significante era l'allegata identità del cantante Medoro Bigonci col rivoluzionario ed esule romano Mario Tiburzio.

Quando ebbe letto, il marchese rimase un poco riflettendo, mentre il Governatore lo stava guardando con una cert'aria interrogativa che pareva dire:

— Eh? che ne dici? Ho io ragione sì o no?

Il marchese ripiegò lentamente il rapporto di Barnaba, e porgendolo all'amico, disse con posata gravità:

— Sì certo, questo può esser molto..... e può esser nulla. Provato che quel Bigonci sia un segreto agente del partito rivoluzionario, le attinenze di quei giovani ed i loro convegni con esso acquistano una grave presunzione di colpa; ma ciò rimane egli provato? Vi ha qualche cosa che lo dimostri oltre l'allegazione di questo agente?

— A dire il vero, rispose il Governatore, finora una prova positiva non si ha tuttavia.... ma si avrà. Quel cotale non si è ancora potuto arrestare.... ma lo arresteremo; ed allora....