Gian-Luigi si ritrasse con premura da quell'uscio ed abbassò la voce di cui sino allora aveva usato nel suo tono naturale.

— Avete ragione, disse, m'è più caro non esser visto.

— Venite dunque nella mia camera: soggiunse l'usuraio, e poichè mi dite che sono cose di premura quelle onde volete discorrermi e siete un vecchio amico, darò a voi la precedenza, e farò ancora aspettare quell'altro.

Introdusse il medichino nella sua fredda camera in cui non una favilla di fuoco a temperarne la gelata atmosfera; gli additò per sedere una semplice seggiola col piano poveramente impagliato, e presane una pari sedette egli stesso in faccia al suo visitatore.

Alla luce, che era maggiore in quella stanza che non nel corridoio, Gian-Luigi vide nel volto di Nariccia certi indizi che, per quanto poco foss'egli addentratosi nello studio della medicina, eragli facile conoscere come sintomi di un male minacciante.

— Nariccia, diss'egli osservandolo bene, la vostra indisposizione non è poi tanto quel nulla che voi credete. Se voi mi date retta vi farete fare qualche cosa.

L'usuraio fece un sogghigno che voleva essere malizioso, e crollò le spalle.

— Ecco lì! I medici vogliono sempre trovar dei malati, come gli avvocati vogliono farvi litigare.

— Rassicuratevi: disse Quercia che comprese il segreto sentimento del suo interlocutore. In me vedete tutt'altro che un medico in cerca d'un cliente. Sapete bene ch'io non esercito la professione. Posso dar qualche consiglio gratuitamente (e pesò sulla parola) ad un amico, ma non mando mai nessuna lista di visite a chi abbia avuto tanta fiducia in me da consultarmi.

Nariccia accostò la sua seggiola al dottore.