— Ho fame! ripetè Gognino cominciando a piangere per davvero.
La nonna prese per colà un pezzo di pane inferigno e lo gettò nella cestina del ragazzo.
— Prendi e va che il diavolo ti porti.
Lo prese ad una spalla e messolo fuori chiuse l'uscio dietro di lui. Quando fu sola nella soffitta, la Gattona tirò fuori da un suo ripostiglio un pezzo di carta che poteva ancora dirsi bianco ed un calamaio di maiolica sporca in un bucherello del quale piantata una penna d'oca dalle ispide barbe; pose il tutto sul tavolo zoppo che si reggeva contro la muraglia e sedutasi colà colla carta davanti e la penna in mano s'accinse a scrivere.
Non ebbe da aspettare pure un momento l'ispirazione, perchè, come ho detto, fin da quando era in chiesa le pullulavano nella testa le idee onde quella lettera doveva essere concepita; e di subito la si pose a scrivere con un'ortografia ed una lingua tutte sue particolari.
«Ecelensa
Sonno io sotoscrita Modestina Luponi la cuale sonno statta bon[8] in chasa suva, la cuale con cuesta mia.....»
La era a questo punto della sua produzione letteraria, quando si picchiò all'uscio della soffitta.
— Chi va là? disse con accento malgrazioso la Gattona scontenta d'essere disturbata.
— Amici, rispose una voce franca e simpatica, che vi abbiamo da parlare di cose molto rilevanti.