Gian-Luigi continuava:
— Ma intorno a noi, contro di noi, a legarci in ogni nostra mossa, ad impedirci ogni atto, a reprimere ogni nostro conato, a rendere impossibile ogni miglioramento della nostra sorte, che cosa troviamo noi? La legge, che è fatta dai nostri nemici; tutto un ordinamento, un edifizio di istituzioni e di uffici, di costumi e di autorità, organato direttamente a nostro danno ed a nostra repressione. È chiara e facile la conseguenza da dedursi: abbattiamo questo edificio, stracciamo questo iniquo patto di legge a cui noi non abbiamo acconsentito. La nostra parte ha la potenza del numero; ma pur tuttavia è debole ed impotente per mancanza d'unione e d'accordo, d'intendimenti e di guida, d'una forza di pensiero e di volontà che la informi, d'un centro intorno a cui la si agglomeri e che le indichi e cominci l'azione, e ve la spinga e capitaneggi. Quest'uffizio ho pensato che poteva adempiere la nostra segreta associazione così vasta e fondata, che, ignota anche ai più di quelli che la servono, pure diffonde così largamente le sue radici, che può di tanti mezzi disporre, che vanta a sè arruolati tanti coraggi, tanti animi risoluti e pronti ad ogni cosa. La nostra associazione, mi sono detto, può raccogliere in una massa le scontentezze, le ire, le disperazioni dei derelitti, far precipitare questa irrefrenabile valanga sul presente edificio, abbatterlo come la vera valanga schiaccia il villaggio che incontra nel suo cammino; e sulle rovine di ciò che ora esiste, può la nostra misteriosa cocca rimanere solo corpo organato che sopravanzi, ed impadronirsi della somma delle cose.
Fece una piccola pausa, e poi soggiunse con accento più vibrato, con occhi che sfavillavano d'una ardente cupidigia:
— Allora a noi tutte le ricchezze terrene: a noi tutti i tesori e i piaceri della vita, tutto che suscita il desiderio, che può soddisfare ogni passione. Affonderemo fino alle spalle le nostre braccia nell'oro — anco nel sangue se vogliamo — c'inebrieremo d'ogni voluttà, anche di quella della vendetta contro chi ci ha tenuti finora sotto il suo tallone. Saremo noi i re della terra!
Il suo accento appassionato ed eloquente faceva correre un fremito nella maggior parte de' suoi ascoltatori. Dietro le sue lenti colorate gli occhi del direttore della casa di commissione brillavano ancor essi d'un ardore indicibile di cupidigia. Macobaro aveva nel suo sguardo affondato uno scintillio maligno e sulle sue labbra tirate un sogghigno più perverso ancora; i due di cui non si è detto il nome, mandarono un'esclamazione soffocata di avidità che direi quasi feroce, e tesero le mani innanzi a sè come se già volessero afferrare quell'oro e quei diletti di cui parlava il medichino: soli Stracciaferro e Graffigna non partecipavano al comune entusiasmo. Il primo stava coi gomiti appoggiati alla tavola e la testaccia chiusa nelle mani, indifferente a quel che si diceva, come se non udisse o non comprendesse: il secondo crollava il capo ed aveva sulla sua faccia furbesca un'aria di malcontento che era una manifesta benchè silenziosa opposizione.
Gian-Luigi osservò l'espressione di quell'aspetto e cambiando ad un tratto accento e contegno, disse bruscamente e con imperiosa brevità:
— Tu hai qualche cosa da dire, Graffigna!
Questi fece un gesto come per iscusarsi ed esimersi dal parlare.
— Parla, parla, disse il medichino con autorevole insistenza. Voglio udire le tue ragioni, e ti comando di esporle.
Graffigna fece un gesto di umile e rassegnata ubbidienza, e disse col suo tono più insinuante e colla sua voce più esile: