Giunto alla porta che metteva nel quartierino che sappiamo, Mario diede ancora una ratta sguardata intorno a sè, e visto nulla che potesse destare il menomo sospetto, entrò nell'andito, dove si fermò ad aspettare. Non tardò ad essere raggiunto da quell'incognito. I due uomini si guardarono ben bene entro gli occhi, e si chiarirono che non si eran visti mai; allora Mario fece alcuni nuovi segni, a cui l'altro rispose col medesimo linguaggio; poi lo sconosciuto si curvò all'orecchio di Mario e pronunziò una parola che doveva essere un motto di riconoscimento.

Tiburzio fece un cenno del capo, che pareva un'affermazione: pose una mano sulla spalla di quell'uomo, e gli disse con accento sommesso ma quasi solenne:

— Venite.

Lo introdusse nella sua riposta cameruccia. Là tenendogli fissi in faccia i suoi occhi grifagni, Mario lo interrogò:

— Chi siete?

Quell'uomo disse dell'esser suo. Era un commesso viaggiatore d'una casa commerciale della media Italia, il quale, affigliato alle cospirazioni, serviva di comunicazione fra i congiurati dell'una e dell'altra città, schivando così i sospetti delle polizie.

— Chi vi manda?

Invece di rispondere il messo trasse di tasca una lettera suggellata in un modo particolare e senza dargliela nelle mani, mostrò a Tiburzio la scrittura dell'indirizzo.

— Conoscete questo carattere? diss'egli.

Era quello d'uno dei capi principalissimi della vasta congiura nel quale si raccoglievano i fili della trama di tutta l'Italia mediana ed inferiore.