— Poichè la nostra buona sorte ci ha fatti per questa volta uscir sani e salvi dagli artigli dell'orco che ci aveva afferrati, conviene anzi con più premuroso studio adoperarci alla distruzione di quest'orco. Se già non avessimo deciso lo scoppio, dovremmo ora affrettarlo. Un'altra volta che ci prenda, la tirannia non sarà più così mite, e noi saremo irrevocabilmente perduti. Il pericolo che la congiura venga scoperta, che i sospetti se non altro su di noi s'afforzino vieppiù, è certo ed imminente. Quel poliziotto che mi seguì l'altra sera su per queste scale mi fu posto in confronto alla presenza del Commissario; lo riconobbi per l'affatto: è proprio quello ch'io aveva sospettato, il funzionario della polizia papale a cui venni condotto innanzi quando fui arrestato la prima volta in Roma. Se influssi superiori, che abbiamo saputo mettere in giuoco, ci hanno valuto il momentaneo successo della nostra liberazione, ciò non distrugge per certo i sospetti che ha sul mio conto quel poliziotto il quale mi ha perfettamente riconosciuto, ed il quale, punto dal dispetto di vedermi per ora sfuggirgli, metterà in opera ogni suo possibil mezzo affine di certificare la verità. È nostra maggior sicurezza adunque lo spingerci avanti che il ritrarci: ma oltre questa considerazione personale, abbiamo il dovere morale sacrosanto di non mancar più al solenne impegno che abbiam preso cogli altri per quell'audace opera cui fummo dei primi e dei principali noi a stabilire e determinare.
Qui Romualdo entrò in mezzo e raccontò il suo abboccamento coll'autore d'Ettore Fieramosca, le conclusioni che s'eran prese nel medesimo, e le speranze ch'egli ne aveva concepito.
Mario Tiburzio crollò il capo.
— Illusioni! illusioni! illusioni! esclamò egli con un accento tra sdegnoso ed addolorato. Il Re avrà una di quelle risposte ambigue che non impegnano a nulla, furbamente diplomatiche, da lasciare appiglio all'ambizione dinastica di valersi del partito nazionale quando le circostanze dessero a questo il predominio, da non precludergli intanto i supplizi dei patrioti che gl'impongano l'interesse del suo assolutismo ed il comando dell'Austria.
Romualdo ribattè, non senza qualche vivacità, che così poteva esser benissimo, ma che avrebbe potuto esser vero eziandio il contrario, cioè che il Re di Piemonte in buona fede abbracciasse il partito della nazione, poichè un uomo come Massimo d'Azeglio si lusingava che ciò avesse da avvenire; che per la lealtà e pel patriotismo dell'Azeglio Mario medesimo aveva dichiarato avere tanta stima e tanta fiducia da non poterlo suppor mai ingannatore; e i suoi talenti e la sua esperienza degli uomini e delle cose facevano quell'egregio assai difficile ad essere ingannato; che dunque, senza voler per quel momento prendere e nemmanco discutere alcuna risoluzione in proposito, era da aspettarsi di sapere il risultamento del colloquio di Massimo col Re, e su questo risultamento aggiustar poi la loro condotta, se andare innanzi come se nulla fosse avvenuto, oppure adottare altri propositi.
— Ma ciò è impossibile: aveva interrotto a questo punto Mario Tiburzio colla sua foga da tribuno. Pensa che il segnale è partito, che quasi è materialmente impossibile fare pervenire a chi si dovrebbe un cenno contrario. Il dado è gettato, vi dico, e conviene correr la sorte. Che? Gli altri insorgerebbero, e noi eccitatori loro in gran parte, staremmo cheti a vedere? Andrebbero a morire i nostri compagni, i nostri fratelli, e noi, in virtù dell'accortezza di combinazioni politiche impossibili, staremmo in salvo riserbandoci per altre occasioni che non verranno mai più?... Ma cotal pensiero, sappi, Romualdo, fu quello che mi tormentò in tutta questa fatale giornata trascorsa, fu quello che delle poche ore di carcere mi fece un inferno. Come! Gli altri combatterebbero in nome d'Italia e della libertà; e noi nulla! Il nostro disegno è così strettamente concatenato che il fatto d'ogni parte deve concorrere al successo del tutto, e noi lascieremmo mancare alla santa opera, alla salute dei nostri, a quella della patria, l'aiuto della parte che ci tocca, che ci siamo assunta?...
— E se tutta si potesse arrestare quella gran macchina che si è congegnata ed a cui si sta per dar la mossa? soggiunse Romualdo. Credi tu che a ciò non potrà aiutarci colle sue infinite attinenze Massimo d'Azeglio medesimo?
Mario Tiburzio uscì di casa gli amici per nulla scosso nella sua fiera risoluzione: non diniegò tuttavia di sentir poi le parole dell'Azeglio, e si avviò taciturno, concentrato in se stesso a quel suo secondo alloggio dove si nascondeva e dove aveva bisogno di trovarsi solo per meditare. A dispetto della forza della sua volontà e della tenacia de' suoi propositi, sentiva in sè una specie di amarezza che era come un rilasciamento di quel vigore che aveva sin allora posto nell'opera, un dubbio maggiore di quanti avesse avuto ancora mai, una specie di scoraggiamento. Gli pareva sentirsi mancare intorno gli elementi d'azione, sotto i piedi il terreno, nelle mani la forza: Titano della libertà, dopo aver creduto di essere riuscito a sovrapporre monte su monte per dar l'assalto all'olimpo della tirannia, sentiva ora che quella base su cui erasi fondato, gli crollava di sotto, prima ancora che l'avessero colpita de' loro fulmini il Giove austriaco e i suoi Dei minori, i principi della misera Italia. Le parole e i contegni dei più fidi amici suoi, de' più valorosi tra' suoi complici gli erano un ammonimento. Certo, non ostante i dubbi e le riserve da loro ultimamente manifestati, questi amici non avrebbero mancato, egli ben lo sapeva; anche colla certezza di soccombere sarebbero camminati al pericolo; ma la fiducia nel trionfo veniva mancando in essi, ciò indovinava, ciò scorgeva Mario Tiburzio, il quale non ignorava come la fede nella vittoria sia in ogni dove e sempre elemento principalissimo per ottenerla. Ma ciò che succedeva in quelli de' più accesi fra i liberali, che più vicino contatto avevano con esso lui, perch'egli potesse comunicar loro quell'ardore e quella fede che lo animavano: ciò stesso doveva pure avvenire degli altri ed era presumibile che in tanto maggiori proporzioni, quanto difficilmente, nella generalità, si vantaggiavano di anime d'una tempra sì forte ed erano da quel focolare di patriotica fiamma lontani.
Era come un mesto presentimento il suo, ma un presentimento che doveva avere ben tosto ragione.
Nel recarsi verso la sua dimora, quantunque assorto in cosiffatti pensieri, tuttavia, per abitudine omai inveterata di uomo che deve badare continuamente alla sua sicurezza su cui da un momento all'altro può incombere un pericolo, Mario Tiburzio scrutava con occhio attento i luoghi che percorreva, esaminava, senza che apparisse, le persone che passavano. Già era egli giunto presso la casa a cui era diretto, quando s'accorse che un individuo cautamente lo veniva codiando, dopochè incrociatolo nel suo passaggio lo aveva osservato attentamente. Mario non dubitò punto che quella non fosse una spia, e volendo senz'altro appurare la cosa, si volse indietro e camminò risolutamente verso quell'uomo. Questi parve esitare: si guardò sollecito dintorno, come se cercasse una via di scampo o volesse vedere se c'era qualcheduno da poterli osservare, rallentò il passo, ma non ischivò l'incontro di Mario, e quando si trovò presso di lui tanto che il panno della sua manica radeva il mantello dello emigrato romano, egli levò le mani che teneva nelle tasche del suo soprabito e fece rapidamente con esse un certo segno, al vedere il quale Mario rasserenò di botto la sua fisonomia. Guardò egli pure dintorno se qualcuno li osservasse, e rassicurato su questo punto, rispose con altro segno, e poi, come se di nulla fosse, tornò a volgere i suoi passi nella direzione che aveva prima, entrò innanzi allo sconosciuto con passo nè più tardo nè più sollecito, e quell'altro lo venne seguitando lentamente dalla lungi.