— Vengano vengano, esclamò l'Azeglio con premura, ed alzandosi dal tavolino mosse loro all'incontro.

Il cameriere si tolse di mezzo, e due giovani entrarono. Erano Romualdo e Mario: ma il primo aveva sulla faccia serena tutta la fiducia, la letizia, quasi, che le poche ma incoraggianti parole del biglietto dell'Azeglio gli avevano ispirato; parole che erano per lui tanto più preziose e di polso in quanto che venivano da quell'uomo: Mario invece aveva sulla sua fisonomia rabbuiata un'espressione di scontentezza, di amaro abbattimento, di quasi rabbioso dolore.

Il nobile patriota fece entrare i due giovani, chiuse accuratamente la porta, e fattili sedere, cominciò senz'altro il colloquio entrando di botto nel bel mezzo dell'argomento.

CAPITOLO XIX.

Mario, liberato egli pure il giorno innanzi, era venuto quella sera medesima dagli amici a dar contezza di sè, perchè non fossero altrimenti inquieti de' fatti suoi.

— L'abbiamo scappata bella: aveva esclamato Antonio Vanardi, pallido ancora e quasi tremante: possiam dire senza troppa esagerazione d'averci visto il capestro alla gola; ed affè che non ci si sta affatto bene in que' transiti. Che cosa decidiamo noi ora di fare?

Mario lo guardò con solenne e quasi rampognante severità.

— Ciò che si ha da fare, l'abbiamo già deciso: diss'egli. Tutto è risoluto, tutto è disposto. Ier mattina sono partiti gli ordini pei nostri fratelli delle varie città; non può manco venire in mente a nessuno il pensiero di rinunciare all'impresa o pur di sospenderla.

Questo pensiero poteva benissimo venire in mente a qualcheduno, poichè era quello precisamente che frullava pel capo del povero Vanardi; ma pure questi a cui ne imponevano la severità ed il vigore morale di Mario Tiburzio, non osò più ribatter parola e chinò il capo rassegnatamente con un doloroso sospiro.

Tiburzio continuava: