Allora l'Azeglio volendo ribadire il chiodo e prendere ancora più precisamente atto delle promesse del Re, pensò ripetere la medesima frase pronunziata da Carlo Alberto, e disse con accento spiccato tenendo i suoi occhi rispettosamente ma francamente fissi su di lui:
— Farò dunque sapere a quei signori...
Carlo Alberto lo interruppe facendo un cenno affermativo col capo, risoluto e fermo, che indicava aver capito la ragione per cui Azeglio aveva ripetute quelle parole e confermava che le erano proprio desse ch'egli aveva voluto dire, con tutto il significato che loro si doveva dare.
Quindi si alzò ad accennare che l'udienza era finita. Massimo, alzatosi tosto contemporaneamente, tolse commiato, e stava per partirsi, quando il Re, come volendo suggellare ancora con un atto esteriore e speciale quel solenne impegno che per lui doveva essere più sacro di qualsiasi giuramento, pose le mani sulle spalle dell'Azeglio ed accostò a quelle di lui le sue guancie, prima l'una e poi l'altra. In quell'amplesso poteva dirsi che il monarcato piemontese firmava il patto d'unione colla nazionalità italiana.
Massimo d'Azeglio uscì dal palazzo, come dice egli stesso, con un tumulto nel cuore, sul quale volava ad ali tese una grande e splendida speranza. Uno de' suoi sogni più caramente vagheggiati ed il cui effettuamento, benchè sperato, gli pareva pur tante volte così difficile che quasi impossibile, stava per diventare una realtà. Egli, discendente da una illustre stirpe di devoti alla monarchia, amava quella Casa di Savoia per cui avevano sparso il loro sangue i maggiori suoi; egli, occupato dallo spirito moderno, amava la libertà della patria; e questi due amori che parevano fino allora escludersi e contrastarsi, vedeva finalmente conciliati in quell'alleanza delle ambizioni del trono e delle aspirazioni della nazione di cui era stato simbolo il suo amplesso col re. Certo egli a quel punto non osava credere così vicini i meravigliosi avvenimenti che dovevano mettere in lotta il piccolo regno subalpino coll'impero d'Austria, ma quell'invocato conflitto egli sperava pur tuttavia vederlo prima di scendere nella tomba, e già accarezzava il pensiero di combattere col principe sabaudo quell'invocata guerra[13].
Ma ora l'importante e l'urgente era di comunicar tosto a chi si doveva i risultamenti di quel colloquio, perchè senza indugio si troncassero quei tentativi che l'Azeglio non sapeva bene quali avessero ad essere, ma di cui pure aveva sentore come prossimi a scoppiare; conveniva quindi scrivere subito ai capi delle cospirazioni nelle altre città italiane, e trovar modo di vedere e di parlare qui in Torino a Mario Tiburzio. Tornò nella sua cameruccia all'ultimo piano della locanda d'Europa: il giorno non era ancora venuto e la nebbia della strada più folta che mai lo faceva anzi ritardare. Massimo d'Azeglio scrisse anzi tutto un bigliettino a Romualdo di questo tenore: «Ella deve aver modo di trovarmi subito M. T. Bisogna assolutamente che io gli parli il più presto possibile. Venga anche Lei ad accompagnarlo qui da me, chè la non sarà di troppo. Li attendo tutta la mattinata alla mia locanda. Ho parlato al Re. Tutto va bene. M. A.» Mandò la letterina per un garzone all'indirizzo di Romualdo che s'era fatto lasciare da costui, e quindi si pose a scrivere a quelli dei suoi corrispondenti ne' varii luoghi, che poi dovevano comunicare le cose scritte a tutti gli altri. Prima di lasciare quei cotali egli aveva immaginato una cifra d'una fattura affatto estranea a tutte quelle consuete, e ne aveva a ciascuno cui importava, confidato il segreto: questa cifra, che a parer suo era sicurissima e tale da sfidare tutte le induzioni, riusciva però faticosa molto a comporsi; e quindi tra per la ponderazione d'ogni parola che egli usava, trattandosi di cosa tanto rilevante, tra per la difficoltà materiale della scrittura, Massimo impiegò nella compilazione di quella lettera parecchie ore.
Aveva appena finito, quando un picchio all'uscio lo avvisò che qualcuno voleva entrare.
— Avanti! disse Massimo vivamente volgendosi verso la porta.
L'uscio si aprì e comparve un cameriere.
— Due signori domandano di Lei, e dicono che Ella li aspetta.