— Confesso anch'io che su questo non v'è sicurezza. Entrano di mezzo passioni, interessi di molti generi, che talvolta determinano movimenti non generalmente approvati; bisogna inoltre tener conto eziandio delle tristi condizioni che pesano su quei popoli, dove venendo dall'alto l'arbitrio, la violenza, la corruzione, l'inganno, il sospetto, è naturale che dal basso si opponga il sistema medesimo; dove essendo generale il malessere materiale e morale, senza un solo mezzo ammesso d'ottener nulla di meglio, non si può prevedere fino a qual punto e fino a qual giorno la prudenza e la ragione potranno servir di freno alla disperazione ed al furore. Chi soffre è il solo giudice della gran quistione del non poterne più. Gli uomini son così fatti; e la politica saggia e previdente deve prendere le mosse dallo stato reale delle cose ed accettarlo, se non vuole andare fuori di strada. Una politica più liberale adottata dal Governo Sardo.... Oh V. M. mi perdoni....

Carlo Alberto fece un atto di benigno acconsentimento.

— Anzi parli con tutta franchezza.

— Sarebbe, continuò l'Azeglio, una sicura maniera da fare radicarsi le speranze e quietare le impazienze di tutti gl'Italiani. Io questa politica ho avuto l'audacia di quasi prometterla da parte di V. M.: io per cercare appunto di far nuovo argine con un'idea nuova, all'irrompere di quelle disperazioni, ho girato e parlato come le dico: e qualche frutto, malgrado il caso di Rimini, credo averlo cavato. Ora la Maestà Vostra mi dirà se approva o disapprova quel che ho fatto e quel che ho detto.

Tacque ed aspettò la risposta, che la fisonomia del Re gli prometteva non acerba; e Carlo Alberto senza punto dubitare, nè sfuggire lo sguardo dell'interlocutore, ma fissando invece i suoi occhi in quelli dell'Azeglio, disse tranquillo, ma risoluto:

— Faccia sapere a quei signori che stieno in quiete e non si muovano, non essendovi per ora nulla da fare; ma che sieno certi che, presentandosi l'occasione, la mia vita, la vita de' miei figli, le mie armi, i miei tesori, il mio esercito, tutto sarà speso per la causa italiana[12].

Il momento, le parole, il preso impegno erano solenni. Massimo d'Azeglio era venuto colla speranza d'un simile successo: i suoi precedenti discorsi col Re, da esso ripetuti a Mario Tiburzio, tutto ciò che aveva appreso di Carlo Alberto, bene lo lusingavano, che non senza grave risultamento sarebbe stato quel colloquio; ma trovandosi ora in faccia ad una sì ferma risoluzione sì fermamente manifestata, con semplicità antica che le accresceva peso e fiducia, il patriota non valse a frenare nè dissimulare la viva e profonda emozione che lo invase. Non potè egli proferir motto per alcuni istanti, quasi in quel mentre si ripetesse entro se stesso le udite parole del Re, per imprimersele nell'animo, per misurarne tutta l'efficacia, per persuadersene della realtà; ma gli sguardi, i lineamenti del volto, la mossa dicevano in lui tutta l'ammirazione e tutto il commovimento che provava. Se si fosse trattato di cosa sua particolare, l'Azeglio non avrebbe avuto mestieri d'altro più per tenersi compiutamente assicurato; ma ora, colà, trattavasi di così importante bisogna e di sì gravi interessi, era egli mandatario, un po' per volontà, un po' per necessità di circostanze, di tanti sofferenti, di tutto un popolo schiavo, e l'impegno assunto dal suo augusto interlocutore era tale che all'autore di Ettore Fieramosca parve necessario, prima di terminare quell'abboccamento, aver ancora dal Re medesimo una conferma di quelle benedette parole. Gli pareva che oltre all'interesse medesimo della cosa, fosse suo dovere l'intendersi bene, non lasciare lì frammezzo il menomo equivoco, chiarir bene che cosa s'aspettava dal sovrano piemontese, per parte del liberalismo italiano, ed a quali patti quindi questo affidasse all'iniziativa di lui la grand'opera della redenzione nazionale, persuaso come fu sempre l'Azeglio che gli equivoci e peggio le sorprese, non fanno altro che danni.

Perciò così pres'egli a dire:

— Maestà, non è uno spediente rettorico nè una vana espressione questa: che io sono così commosso dalla sua veramente eroica risposta da non trovare acconcie parole per manifestare i miei sentimenti... Io la ringrazio dal profondo dell'anima, non già a mio nome, ch'io sono un nulla, ma a nome di tutti gl'Italiani, a nome della patria, per cui la Maestà Vostra chiude l'èra degli sterili tentativi che non approdano ad altro fuorchè a far versare un generoso sangue, ad impoverire il paese de' migliori caratteri ed a rendere più dura l'influenza straniera. Sia benedetta la Maestà Vostra che aggiungerà a quello della sua corona il più vivo splendore che possa illustrare corona di Re: la gloria d'essere il redentore della sua nazione e l'amore del popolo.

Carlo Alberto sollevò nobilmente la sua testa dalle pallide guancie e dalla fronte pensosa; nel suo sguardo profondo balenò un raggio di vita novella, di giovenile ardore, di audacia; il sorriso ebbe una franchezza d'espressione che non gli era solita.