— Va bene. Sapete voi quello che mi si scrive costì?
— No.
— Datemi adunque la lettera.
— Attendo ancora...
— Che cosa?
— Che voi pronunziate una parola.
Fu la volta per Mario di chinarsi all'orecchio del suo interlocutore e di pronunziare un motto.
Appena uditolo, il messo s'inchinò e gli pose in mano senz'altro la carta ripiegata e suggellata.
Mario Tiburzio esaminò ancora ben bene i caratteri della soprascritta ed i suggelli, poscia rotti questi con una vivacità ansiosa, lesse avidamente. Il suo volto si rimbrunì a seconda ch'egli proseguiva nella lettura; un'imprecazione di rabbia, che egli mozzicò pur tuttavia fra i denti, gli sfuggì dalle labbra contratte; la sua mano spiegazzò in un moto di collera la carta che teneva; come a dare alcuno sfogo alla subita interna passione in lui suscitatasi, fece concitatamente due o tre giri per la stanza, le braccia incrociate al petto, la testa china. Non tardò a riprendere il dominio di se stesso, benchè la tempesta gli ribollisse ancora furibonda nell'animo; parve tornato affatto in calma; si fermò, rispiegò la lettera che teneva stretta nella mano chiusa a pugno e la rilesse attentamente; poi sollevò adagio il suo viso un po' impallidito, su cui v'era un lieve sogghigno di sdegnoso disprezzo.
— E sta bene: diss'egli, come parlando a se stesso: penserò a quel che mi resta da fare.