Accompagnò fuori il messaggiero, e poi, tornato a rinchiudersi nella camera, si buttò a sedere presso al tavolino dove soleva lavorare, e si affondò in una dolorosa meditazione.
In quella lettera fatale gli si scriveva da quello che era principal capo della congiura nel resto d'Italia, come dopo le ultime buone novelle mandategli (novelle che abbiam visto far decidere Mario e i suoi amici all'ultima prova), le cose erano cosiffattamente cambiate che si affrettavano a dargliene avviso, perchè tutto si mettesse in sospeso. Mentre pochi giorni prima eragli stato scritto che tutto era pronto, ora lo si ammoniva che in tutta Toscana e in quasi tutta l'Italia meridionale non c'era più da contare sopra la insurrezione; alcuni dei capi erano stati arrestati dai governi, forse messi in sull'avviso da qualche traditore; alcuni s'erano salvati colla fuga, andando ad accrescere l'infelice schiera degli esuli in Francia; la maggior parte anco dei congiurati era giù dell'animo, il volgo stanco, spaurito, ignorante, poco propizio a novità cui aveva sempre visto fino allora apportatrici di maggiori tormenti. Esserci solo da contare ancora su qualche località delle Romagne, quantunque gli ultimi casi di Rimini avessero colà pure smaccato gli animi; doversi per conseguenza conchiudere che più della prudenza la necessità consigliava, imponeva sospendere per allora ogni tentativo di movimento, contentarsi a serrare il meglio possibile i fili della trama e confermando nella fede e nell'ardore della religione della patria i generosi che avevano dato il nome alla congiura, aspettare più propizie occasioni; ciò si affrettavano a comunicargli, affinchè, come già nelle altre parti d'Italia s'era fatto, Mario anco in Piemonte disponesse a raffrenare ogni moto; la medesima comunicazione dicevasi inviata contemporaneamente al Comitato di Parigi perchè anch'egli provvedesse.
Mentre il nostro capo della congiura scriveva da parte sua agli altri che il tempo era venuto dei supremi cimenti, che non si doveva indietrare, nè indugiar più, ed assegnava il giorno a quella lotta audacissima a cui tutti parevano anelare ed egli si lusingava che veramente anelassero, mandavasi dagli altri l'annunzio che lo abbandonavano in quella sublime follìa, e i suoi cenni per determinare il momento dello scoppio alla mina dovevano arrivare quando già erano rimosse le polveri, già spenta la fiaccola che doveva incendiarle.
Mario percosse col pugno chiuso la tavola che aveva dinanzi.
— Siamo una stirpe di codardi, dal sangue degenerato nelle vene, degradati figliuoli di padri valorosi le cui ombre arrossiscono di vergogna. Siamo da meno della decaduta Spagna, della corrotta Grecia. Colà almanco il popolo ha mostrato saper morire per la libertà della patria: e qui... qui un popolo di servi che si curva sotto il bastone, non sa neppure d'aver una patria!...
Quando il mattino seguente, Romualdo, ricevuto il bigliettino di Massimo d'Azeglio, s'affrettò a recarsi da Mario, trovò costui calmo, ma immerso in una mestizia profonda, colle traccie sul volto d'una notte dolorosamente vegliata.
— Che avvenne? domandò Romualdo con inquietudine ed interesse.
— Lo saprai fra poco: rispose Tiburzio con voce in cui non era la simpatica vibrazione del solito suo calore di accento. E tu che mi rechi?
Romualdo gli porse la lettera dell'illustre scrittore piemontese. Mario la lesse, e senza mostrare in nessun modo l'impressione ch'egli ne ricevesse, disse tranquillamente, restituendola all'amico:
— Andiamo adunque dall'Azeglio, poichè ci chiama.