Quando furono per mettere il piede fuori dell'uscio, Tiburzio arrestò il suo compagno posandogli una mano sul braccio.
— È strano un popolo che per riconquistare la sua libertà si fa a supplicare i principi che l'opprimono perchè glie la concedano e glie la rivendichino essi stessi: disse con amara ironia. Non importa; andiamo a vedere se quell'onest'uomo di Massimo ci vorrà star garante della possibilità di tal miracolo.
Non disse più una parola, finchè i due giovani comparvero, come abbiamo visto, alla presenza dell'Azeglio, il quale erasi mosso loro all'incontro.
— Signori, cominciò senz'altro l'illustre scrittore: questo giorno conta per me come uno dei più importanti della mia vita, ed ho speranza che debba contare eziandio per importantissimo nella storia d'Italia. La benigna fortuna, me, sincero ma umilissimo amator della patria, volle fare stromento di uno dei maggiori fatti che si potessero compire in beneficio della nostra terra: l'alleanza col partito nazionale della monarchia militare del Piemonte.
E qui, con tutta l'esattezza e il calore provenienti dalla freschezza delle impressioni ricevute, Massimo d'Azeglio ripetè i discorsi avuti col Re e le solenni parole da esso pronunciate.
— Ed Ella crede? domandò con vivacità Mario Tiburzio.
— Il cuore lo vede Iddio: rispose gravemente l'Azeglio: noi uomini dobbiamo argomentare colla scorta della povera nostra ragione. Nelle sembianze, nell'accento, nello sguardo di Carlo Alberto, io ho creduto notarci la sincerità; nella sua generosa ambizione, nelle tendenze manifestate dalla sua giovinezza, nell'interesse medesimo della sua dinastia, io credo vederci argomenti non ispregevoli di fiducia. E poi..... parliamoci schietto. Abbiamo noi altri mezzi di fondate speranze di probabile riuscita, fuor questo?... Le infelici insurrezioni del passato non vi hanno ancora aperti gli occhi?... Fin quando vorremo avventurare il sangue dei più generosi cittadini in lotte troppo ineguali, di certissima sconfitta?... Inoltre, combattendo contro i Principi nostrani è sempre una guerra civile quella che noi facciamo; perchè non preferiremmo di combattere coi soldati di Carlo Alberto, sotto le bandiere di questo Re contro lo straniero?
— Si lo faremo: proruppe Romualdo. Venga l'occasione soltanto, e noi, più lietamente che nella sommossa, daremo la nostra vita sui campi di battaglia... Io credo in Carlo Alberto poichè Ella sig. d'Azeglio ci crede.
Mario non disse una parola: teneva curva la testa, chini a terra gli occhi, serrate le labbra, contratte le mascelle; si vedeva che un'interna passione lo rodeva, che una lotta avveniva in lui con crudo travaglio dell'animo suo.
— E spero che tutta Italia crederà in esso: esclamò Massimo con calore; non ostante la funesta ricordanza del passato. La sua parola per me è molto, ma non vi domando neppure di credere ciecamente in essa: non vi prego che d'indugiare e di attendere a veder le prove di fatto delle sue intenzioni. Confido che queste prove non tarderanno a venire. Ho insinuata nel discorso il bisogno di una politica più liberale, ho detto che io a nome del Re, fattosi patriota, l'avevo già promessa, avrei seguitato, s'egli non mi contraddiceva, a prometterla agl'Italiani: egli acconsentì. Or io, qui in questa lettera, ai liberali dell'altra Italia, e colla parola a voi, non domando che la pazienza ancora di poco tempo, che un indugio, se non volete una rinuncia, negli avventati e fieri propositi.....