— È cosa fatta, interruppe con impeto e con amarezza Mario Tiburzio. Legga questa lettera, sor Massimo.
E gli porse la missiva che aveva ricevuto la sera precedente.
— Tanto meglio, tanto meglio: disse Azeglio con un sospiro di vero sollievo.
— Tanto peggio, dico io, esclamò Mario: perchè questa è mancanza di vigore e di polso negl'Italiani. Ah! cosiffatta prudenza rassomiglia molto ad una debolezza che merita il nome di codardia: ah! un popolo che mendica ed aspetta dai suoi tiranni a spizzichi la libertà, mi ha tutta l'aria d'essere un popolo di vili.
— Mio caro, interruppe col suo calmo e sereno sorriso Massimo d'Azeglio, posti nelle condizioni in cui fatalmente è caduto l'Italiano, tutti i popoli sarebbero quel medesimo. Tenute sotto secoli d'una servitù corruttrice curve le tante generazioni d'una schiatta, e poi pretendere che questa schiatta sia un'accolta di eroi è pretendere l'impossibile.....
— Ma noi dunque siamo condannati ad eterno servaggio? proruppe Tiburzio. Come un'ereditaria infermità nel sangue i nostri padri ci hanno dunque trasmesso nell'anima l'abbiettezza servile? Oh! io ho sognato un dì che una generazione da questo putridume sorgesse, degna d'infrangere essa stessa le sue catene; ed a questa generazione mi lusingai di appartenere. Illusione! follia! delirio!.... Bene! Aspettiamo il miracolo d'un re che per l'ambizione d'un trono maggiore rischii di farsi balzare da quel che possiede abbracciandosi alla rivoluzione che i troni distrugge: speriamo ed invochiamo la meraviglia d'un principe italiano che muova guerra a quell'Austria dove ha cercato finora il suo più valido sostegno, e rallietiamoci sognando che le armi da questo re con istudio raccolte non devono servire a mantenere il suo popolo soggetto, sì a farlo libero dallo straniero.... Ma in questa gente che cospira, e poi al punto di levare la maschera e brandire le armi si spaventa e corre a rappiattarsi, troveremo noi tanti valorosi che vogliano in campo aperto esporre il petto ai cannoni dell'Austria? L'esercito piemontese a combattere quell'ardua guerra non basta. Ci vuole per esso l'alleanza dell'insurrezione popolare: bisogna che tutta la nazione si levi e si rovescii sullo straniero. E questo popolo addormentato, che non si scuote al sacro nome della libertà, si desterà esso alla voce d'un re?
— Nulla a questo mondo succede per subito ed impreparato cambiamento: disse l'Azeglio col suo accento calmo, amichevole, persuasivo; tutto ha mestieri d'una graduale e successiva transizione. Loro rivoluzionarii non tengono abbastanza conto di questa legge universale, e credono che di botto ciò che esiste possa essere spazzato via e sostituito da altro. Ciò che esiste, ancorchè sia male, ha una forza di resistenza cui non bisogna disprezzare. In Italia abbiamo varii Governi, che hanno intorno a sè la loro buona schiera d'interessi ed anco di devozioni. Io non voglio mica dubitare che col tempo si riuscirà a liberarsene ed a costituire eziandio quell'unità italiana che a noi pare ancora un'utopia, ma che nell'avvenire ha da diventare una realtà; ma noi alle prese colle difficoltà presenti non facciamo che illuderci se tiriamo la conseguenza dei nostri calcoli, senza occuparci d'un elemento importantissimo. Gl'Italiani dalle sêtte non poterono essere che malamente preparati all'amore della libertà e dell'indipendenza. Questa preparazione è sì un lavoro avviato, ma che deve ancora compirsi, e per codesto è necessario che abbiamo la collaborazione, od almanco la tolleranza dei principi. La tema ed il rispetto eziandio di quella monarchia di cui voi altri fate troppo facilmente gettito, e credete eziandio più debole e più tarlata che non sia, allontanano molti dall'idea nazionale, perchè la credono alla monarchia avversa: quando questa medesima sia animata da spiriti nazionali, tutti, o la maggior parte almeno dei difensori di lei, diventeranno patrioti ancor essi. Avremo quindi all'impresa ogni cuor generoso di qualunque fede politica, a qualunque partito appartenga.
Mario Tiburzio, dopo un istante, disse:
— Pensai che l'uomo potesse oramai valere e volere, esplicare la sua personalità e governarsi nella società civile, senza più il politico feticismo della monarchia. Ho dunque torto. L'ignoranza e l'insufficienza dei più hanno dunque bisogno ancora di prosternarsi nell'umiliante pregiudizio d'un'adorazione, non ad un merito, ma ad un privilegio....
— Ad un'idea: interruppe vivamente l'Azeglio. Non si ha da disconoscere che la monarchia ha rappresentato ed effettuato il principio della solidarietà comune nel frazionamento d'interessi e di ordini che recò seco la barbarie e poscia il feudalismo del medio evo. Finchè dura ed ha forza una istituzione, vuol dire che l'idea cui essa rappresenta, non ha ancora compita la sua azione nel mondo.