— Bene, parlate in vostra buon'ora, ma siate spiccio.
— Gli è qualche tempo, così parlò il capo-fabbrica, che tra gli operai notavo dei cambiamenti che non mi piacevano punto, che poscia cominciarono ad inquietarmi, e che ora fanno capo a spiacevoli conseguenze.
— Che cambiamenti? domandò brusco il principale. Che conseguenze?
— Negli opifizi si fanno i più strani discorsi di questo mondo, che mi sembrano eresie tanto fatte; che i principali sono i tiranni e gli oppressori degli operai, che finora quelli si sono... la mi permette di ripetere tali bestialità affinchè conosca tutto il male?
— Dite pure ogni cosa... anzi ve l'ordino.
— Che finora dunque i padroni si sono ingrassati dei sudori dei lavoranti, lasciando a questi nient'altro che miseria, e che ora è tempo gli operai dettino un poco la legge ancor essi ai principali, per averne più equo trattamento.
Giacomo, di natura impetuosa e già di solito poco paziente, in quei dì ed in quelle circostanze non era molto disposto ad essere calmo e tollerante.
— Gli sciagurati! proruppe: come se io succhiassi loro il sangue, viziosi di fannulloni la maggior parte che sarebbero a trattarsi colla sferza per farli lavorare, pieni di vizi e di pretese e null'altro, come quello scellerato d'Andrea! Oh che si hanno da lamentare di me? Sono ben pagati, li soccorro quando cadono infermi oltre ciò che sarebbe mio dovere, e vengono a tirarmi fuori di queste gretole?... Siete ben buono voi a venirmene a rompere il capo. Codestoro sono indiscreti e cattivi operai di sicuro. Non domando neppure se gli è Tommaso o Martino; ma qualunque essi sieno mandateli fuori dalla mia fabbrica, non voglio di queste rogne da grattare io, avete capito?
Il capo-fabbrica si mostrò imbarazzatissimo:
— Ah sor Giacomo... balbettò egli.