— È vero, è vero: gridarono parecchi nella folla.

— Ci si vuol lasciare nella miseria: urlarono i fidi di Tanasio.

— Non si ha compassione pel povero operaio.

— Che compassione?... Non si parla di compassione: non gli si vuol dare ciò che gli viene.

— Ascoltate, ascoltate: gridò il capo-fabbrica: abbiate pazienza, ragionate un momento.... Vi affermo, vi giuro sull'onor mio che accrescere le paghe ora non si può senza perderci sulla vendita... Volete dunque far chiudere l'officina?...

— Diavolo! sclamarono allora alcuni dei moderati che avevano ancora la testa a segno: far chiudere la fabbrica poi è un brutto affare che sì allora che ci troveremmo in belle acque.

— Buono! gridò più forte Tanasio. Voi credete a queste imposture!... Ci perderebbe eh il poverino di principale?... Sacco di nespole! Ci crederò quando veda che i guadagni che fa non gli permettono più di tener cavalli in iscuderia, di mandare sua figlia vestita come una principessa e di far scialare il figliuolo come un milord.

— È vero, è vero.... Bravo Tanasio! acclamarono plaudendo i suoi complici, e dietro essi i più degli operai.

E Tanasio con maggior forza ancora:

— E se il caro signor principale avesse anche da averne un cavallo di meno, e fosse pure che gli toccasse andare a piedi come vanno i nostri noi, e mangiasse pure un piatto di meno al suo pranzo, credete che il mondo non cascherebbe, e noi avremmo un po' più di pane da dare ai nostri figli e qualche solduccio di più in tasca da stare allegri.