— Sicuro che avrebbe dovuto venire...
— Che? Venga o non venga. Non è della sua persona che abbiamo bisogno, ma dei denari..... Acconsenta, e bravo lui! Tutto è finito.
— E' lo chiama bravo principale codestui! Bravo un corno! Bravo a far denari col nostro sudore.
— Olà! Siamo da capo: urlò Tanasio: se facciamo così non la vogliamo finir più. Acqua in bocca tutti, e parli sor Ambrogio.
E questi ripigliando a quel punto in cui era stato interrotto:
— Ma non potendo venir egli stesso, ha incaricato me di parlarvi a suo nome.
Qui il capo-fabbrica fece una sosta da se medesimo, benchè allora il silenzio fosse compiuto in quella folla piena d'aspettazione. Egli pensò che alla troppo cruda negativa con cui aveva da rispondere quegli spiriti eccitati avrebbero peggio imbizzarrito e decise temperare di proprio capo la ripulsa con una sembianza di promessa che in definitiva non avrebbe poi a nulla obbligato il principale.
— Il signor Benda, adunque, ripigliò, non desidererebbe di meglio che potervi soddisfare in tutto e per tutto. Se gli affari camminassero proprio a seconda, egli si sarebbe già affrettato a far ragione alle vostre domande: ma pur troppo oggidì le cose zoppicano maledettamente, i guadagni sono scarsi; appena è se si può tirare innanzi a questo modo, e un aumento nelle spese, anche leggiero, l'obbligherebbe a chiudere la fabbrica, la qual cosa voi vedete quanto sarebbe di grave danno a tutti noi... Capite bene che noi non si deve voler la rovina di questo stabilimento che ci dà onde sostenere la vita, e che andando esso in malora, noi saremmo sul lastrico... Dunque per ora... voi avete buon senso, bravi figliuoli e lo comprendete subito... per ora non c'è nulla da fare... Col tempo... quando le cose s'avviino un po' meglio... il signor Benda l'ha promesso egli medesimo... si farà tutto il possibile per migliorare eziandio la nostra condizione.
A questo punto il tumulto, fino allora compresso, scoppiò della più bella. Tutta quella folla teneva rivolti gli sguardi al luogo dov'era il capo-fabbrica, ma vicino a costui stava Tanasio e sulla faccia di lui gli operai e massime i riottosi, i sommovitori e gl'indettati da chi sappiamo, leggevano così le impressioni che avevano da ricevere dalle pronunziate parole, come il contegno da tenersi. Tanasio aveva incominciato a crollare il capo, a stringer le labbra, a strabuzzir degli occhi, a levar le spalle, a fare tutti quegli atti insomma che dinotano doversi disprezzare le cose che si odono, e non credersi punto nè dare importanza alle fatte affermazioni: e i suoi complici per mezzo alla turba ripetevano que' gesti con accompagnamento in sordina di mormorio di riprovazione. Del nuovo scoppio di malumore fu Tanasio eziandio che diede il segnale.
— Eh bubbole! esclamò egli. A chi lo si vuol dare ad intendere?... Delle promesse dell'avvenire me ne infischio io!... Comincio per crepar di fame oggi, e mi si vuol consolare che avrò una pagnotta da qui a un mese... Senza tanti arzigogoli, vuol dire che il principale se ne frega di noi e de' nostri diritti, e ci manda in quel paese...