Qualcheduno degli staffieri s'era presentato alla soglia della loggia reale ed aveva detto poche parole a quello de' suoi compagni che stava là impalato, a due passi dalle Guardie del Corpo in sentinella. Questi s'era inoltrato ed aveva parlato a sua volta piano ad uno scudiere, che era andato dal Ministro degl'interni a trasmettergli, come un'ambasciata, le parole che aveva udite, le quali erano le seguenti:

— C'è costì nella galleria un messo che dice avere gravi ed urgenti cose a comunicare a S. E. il Ministro degl'interni intorno a tumulti che hanno luogo in un punto della città.

La novella parve abbastanza interessante a S. E. perchè s'affrettasse ad uscire della loggia ed a recarsi colà dove il messo aspettava. Era un agente particolare addetto al servizio segreto del Ministro; e il suo aspetto scalmanato, il respiro affannoso e la faccia turbata dicevano abbastanza fin dalla prima il peso delle novelle che arrecava.

Non erano due minuti che il Ministro aveva lasciato la loggia reale, quando da parte di lui venivano sollecitamente pregati a venire nella galleria, dov'egli li attendeva il Governatore di Torino e il Generale dei Carabinieri.

— Che cos'è? Che cos'è? si domandarono dall'uno all'altro i cortigiani e le dame, vedendo uscire a quel modo con una certa premura gl'indicati personaggi.

Lo scudiere che aveva trasmessa al Ministro l'imbasciata parlò di novelle gravi di tumulti che stavano avvenendo nella città, e siccome nessuno ne sapeva dare i particolari, la cosa, secondo quel che sempre suole, prese tosto nell'immaginazione di chi diceva ed ascoltava, le maggiori proporzioni. La grandissima curiosità suscitatasi faceva friggere i nobili nervi dei cortigiani e delle dame, e sarebbero di sicuro corsi tutti quanti dietro le LL. EE. a cercare di apprendere tutta la verità, se non fossero state a tenerli colà le catene — d'oro, se volete, ma sempre salde — dell'etichetta e del cerimoniale di Corte.

Qualche uffizialetto sgattaiolò fuori della loggia reale e corse, per avere il merito d'esser il primo, a recare l'importante novella nel palchetto di alcuna nobile signora alla moda, assiepata da visitatori. Ciò bastò perchè in un attimo la notizia circolasse in tutto il second'ordine dei palchi, si trasmettesse al primo ed al terzo, salisse fino alle alte regioni del quarto e del quinto.

Ed anco in platea non tardava a penetrare e spargersi il tristo annunzio. Qualcheduno era pur sopraggiunto dal di fuori che aveva recato, una turba immensa, migliaia e migliaia di rivoltosi avere assalito, saccheggiato, incendiato, tre, quattro, tutte le fabbriche che si contavano nei sobborghi e nelle vicinanze di Torino, ed ora quelli indemoniati, avanzarsi, vincitori, trionfanti, ebbri di liquori, di ferocia e di bottino, verso l'interno della città.

Se nel cortèo reale, fra i titolati e decorati mannechini di Corte, l'emozione era frenata e doma dalla legge infrangibile dell'etichetta, questa ragione non esistendo più per la folla degli spettatori stipati ne' palchetti e nella platea, l'agitazione dei discorsi, degli atti, di tutte quelle teste fu somma allo scorrere sopra di loro di sì nuova e tremenda novella; ed un susurrio, un bisbiglio, un fremito di voci si elevò a dispetto del silenzio che doveva imporre l'ossequio per la presenza dell'Augusta famiglia regnante.

Carlo Alberto non tardò a notare questa novità: fece il solito cenno al signor Cerimoniere, e questi s'affrettò a venire curvo come un tenero alberello piegato dal vento, all'arrivo della voce sommessa di S. M.