— C'è Stracciaferro che è fatto apposta.

— Potrebbe arrampicarsi fin colà e penetrarvi. Dal fenile è un affar da nulla scendere nella corte.

— E per penetrare nella fabbrica?

— Le finestre verso il cortile non hanno inferriata.

— Buono! E là si potrà aprire la porticina.

— Sì, perchè io so dove il capo-fabbrica tiene la chiave nel suo gabinetto.

— Allora converrà che vi ci arrampichiamo tutti due. Siete uomo da ciò voi?

— Sì che lo sono.

— Ebbene, senza perder tempo, marche, andiamoci.

Presero seco Stracciaferro, Marcaccio e pochi altri, e destramente sgusciarono via di mezzo la folla, camminando rasente il muro verso il luogo indicato da Tanasio; in breve giunsero colà; Stracciaferro sollevò Graffigna fra le sue braccia come se fosse un bambino, e tanto lo sporse in su che questi potè arrivare colle dita l'orlo del finestruolo rotondo; coll'agilità d'un animale felino Graffigna vi s'aggrappò ed aiutato dalle mani di Stracciaferro che ne lo spingeva alle piante, strisciando, rampicandosi contro il muro quasi come una lucertola, pervenne ad entrare nel fenile. Allora fu la volta di Tanasio, al quale fu resa più facile la salita dal soccorso che anche Graffigna gli potè prestare traendolo su, prima pel colletto dell'abito, poi per le braccia. Quando i due scellerati furono nel fenile, non perdettero pure un minuto di tempo e scesero senza il menomo ostacolo nella corte, l'attraversarono correndo, e giunsero alle finestre del pian terreno di cui rompendo un vetro aprirono agevolmente quella che era più comoda per introdurvisi, ed arrivarono il loro scopo: quello cioè che cinque minuti dopo la porticina era spalancata all'invasione dei riottosi, cui Marcaccio era andato ad avvertire, e che, abbandonato perciò il portone principale, accorrevano in furia alla piccola porta posteriore.