Ma mentre così compivasi la trista sorte della povera Dorotea, l'omiciattolo continuando nel conflitto con Nariccia, non riusciva, malgrado ogni suo sforzo, a vincerlo, nè a farlo tacere: egli si volse quindi al personaggio dalla maschera, dicendogli:

— La mi venga a prestare un colpo di mano... questo corbaccio impossibile azzittirlo.

L'individuo mascherato ebbe un momento d'esitazione; la sua mossa anzi espresse la più viva delle ripugnanze, ma la superò tosto e s'avvicinò con passo frettoloso ai due lottanti.

— Per carità: diceva l'usuraio colla voce arrangolata; mi lascino la vita... Dottore, per amor di Dio, la vita... No... non l'ho riconosciuta... non ho riconosciuto nessuno... Non dirò nulla... Lo giuro sull'anima mia... Mi dicano quello che vogliono... Darò loro tutto... tutto darò loro... ma mi lascino la vita...

La maschera nera stava sopra ai due che lottavano. Quell'uomo trasse giù la falda del mantello che aveva gettata sopra una spalla, e fece così libero alle mosse il suo braccio destro; il mantello aveva affibbiato dinanzi sotto il risvolto del colletto. Di mezzo alle pieghe del panno cadente uscì ratta una mano in cui brillava qualche cosa di lucente; e il misero Nariccia vide sul suo capo un raggio della luce rossigna della candela ch'egli aveva accesa, riflettersi sopra una lama di pugnale. Con uno sforzo supremo rigettò l'omiciattolo che più accanitamente gli si stringeva addosso, la destra protese con violenza contro il nuovo aggressore ed afferrò dove poteva; un'angoscia d'agonia gli spremeva da tutte le membra un sudore gelato. Il colpo s'abbassò; ma il misero assassinato non n'era ancora côlto, che questo colpo erasi fatto inutile; gli occhi in cui parevasi travasato il sangue torsero convulsamente le pupille, le guancie, divenute d'un rosso cupo, quasi violaceo, si contrassero orribilmente, la bocca piegò tutta a sinistra con una smorfia orribile a vedersi; un suono gutturale uscì da quelle labbra annerite, e Nariccia, come una massa di piombo, precipitò lungo e disteso all'indietro, trascinandosi seco l'omicciatolo di nuovo a lui avvinghiatosi, lacerando e portando seco nella mano stretta come una morsa d'acciaio il bavero del mantello che aveva afferrato all'uomo dalla maschera. Il colpo di pugnale misurato al capo, sviato per questa guisa, cadeva nell'attaccatura del collo alle spalle producendovi soltanto una ferita poco profonda; ma ciò che non aveva potuto fare la lama omicida, l'aveva fatto quel colpo apoplettico, cui Quercia aveva riconosciuto pochi giorni prima minacciare l'esistenza dell'avaro.

L'uomo dalla maschera si curvò sul caduto; ne esaminò un istante i lineamenti convulsi e disse con accento in cui avreste notato una tinta di soddisfazione:

— Non siamo noi che l'abbiamo ucciso questo uomo; è l'apoplessia.

Ripulì nella camicia stessa di Nariccia il suo pugnale dal sangue ond'era lordo, e lo ripose; poi tentò svellere dalla destra di lui quel pezzo del bavero del mantello ch'egli aveva strappato; ma la mano dell'usuraio era così irrigidita che gli fu impossibile venirne a capo.

— La non crede vossignoria: disse con voce insinuante, in tono di falsetto l'omiciattolo: che sarebbe assai bene per maggior precauzione dargli a questo povero Nariccia, miserabile carcame d'un avaro, qualche trivellatina da assicurarci compiutamente? Questa razza di birboni ha la vita così invitiata alle ossa!...

L'individuo mascherato fece un atto di ribrezzo.