Nessuno dei due osò ribatter parola.
Il forziere fu vuotato con una regolarità ed un'accuratezza senza pari; il capo pres'egli stesso e subito le buste di gioielli che aveva, come udimmo, designate; fatto così all'ingrosso il conto, la preda saliva intorno alle ottocento mila lire. Avevano aperto tutti i cassetti, scassinato tutti i ripostigli, rifrugato in ogni cantuccio. In uno dei più segreti di quegli scompartimenti avevano trovato parecchi fasci di carte legati da cordoncini; erano la maggior parte lettere di cui alcune parevano antiche assai dal giallognolo della carta e dallo sbiadito dell'inchiostro. Non v'era nulla in codesto che dovesse interessare gli assassini; eppure il capo di essi sentì una strana, inesplicabile curiosità di sfogliare e scorrere quell'ammasso di scritture. Prese all'azzardo uno di quei fasci e senza scioglierne il legaccio, diede una sguardata alle carte: erano contratti in cui Nariccia non aveva mai la parte del deluso, obbligazioni di poveretti sgozzati dalle esigenze dell'usuraio, carte di pegno e va dicendo. Se il tempo e il luogo fossero stati opportuni, quell'uomo avrebbe forse fatto un simile esame di tutti gli altri fasci; ma i suoi complici, a cui pareva ora che quel terreno scottasse i piedi, lo pressavano di finirla e partirsi: egli capì che avevano ragione, pensò un momento di prender seco e portar via quelle cartacce per esaminarle poi a suo bell'agio, ma sorrise a questo strano capriccio, e come per levarsene la tentazione rinchiuse l'uscio del forziere con una certa vivacità. Un fogliolino sottile che forse erasi staccato da uno di quei fasci maneggiati, sollevato dall'aria mossa dallo sportello, volò via e andò a cadere per terra non molto lontano; l'omiciattolo lo raccolse, e quasi sbadatamente se lo pose in tasca.
Uscirono con precauzione i tre assassini da quella casa in cui avevano consumato l'orrendo delitto, richiusero pianamente le porte dietro di sè, e nessuno fu ad udirli, nè ad avvertire in alcun modo la loro presenza. Erano circa le tre dopo la mezzanotte, e le strade erano deserte e silenziose come quando erano venuti.
Camminarono solleciti verso la bottega del Baciccia, la quale, previi certi segni di riconoscimento, si aprì loro, e donde passarono senza indugio in Cafarnao. Non avevano scambiato più una parola. Il medichino aprì il suo gabinetto, e colà in luogo apposito furono deposti i denari e i gioielli derubati. Gian-Luigi si tolse il mantello, ed allora si accorse di nuovo dello strappo fatto al bavero, di cui non aveva più avuto campo a ricordarsi.
— Quel pezzo di panno, domandò egli, l'hai tu levato dalle branche del morto, Stracciaferro?
— No: rispose questi. Quell'indemoniato lo teneva così stretto nel pugno che manco una morsa di ferro non fa peggio.
— Sciagurato: proruppe con isdegno il medichino. Dovevi piuttosto tagliare quella mano che lasciare al fisco un tale appiglio d'indagini.... Meriteresti che ti rimandassi colà, te solo, per non perdonarti più che quando tu mi portassi quel giusto squarcio.
— Se la lo vuole: disse Stracciaferro rassegnato; io ci vado, ma c'è troppo pericolo di farmi pigliare.
Il medichino stette un momento in silenzio come riflettendo: quel mantello, per azzardo, non era manco suo, e chi mai avrebbe potuto riconoscere che esso apparteneva a Francesco Benda, e che nella casa di costui egli l'aveva preso quella sera? Egli non poteva pur sospettare che al di sotto del bavero, in quel pezzo precisamente che era rimasto in mano dell'assassinato, c'era un contrassegno speciale, le lettere F. B. trapunte.
Mentre stava così pensieroso, Gian-Luigi, per moto quasi inconscio d'abitudine, tolse da una custodia apposita un sigaro e se lo pose fra le labbra: poi si diede a cercare un fiammifero, e Graffigna, zelante e premuroso di rendersi accetto e mostrare la sua deferenza al superiore, trasse sollecito di tasca un pezzo di carta, lo rotolò così un poco fra le mani e lo accese alla lanterna per presentarlo al medichino, ma questi aveva già dato fuoco al suo sigaro e fece un cenno col capo a significare che più non gli occorreva la fiamma di quella carta. Graffigna la spense, e da uomo accurato, qual esso era, pose il fogliolino rotolato e bruciato ad un capo sull'orlo della scrivania. L'occhio di Gian-Luigi cadde per caso sulle parole che v'erano scritte, le quali si trovavano nella parte esteriore del foglio spiegazzato, e su cui il raggio della vicina lanterna cadeva illuminandole distintamente. Quella scrittura gli fece un vivo e straordinario effetto; prese il foglio, lo rispiegò e rispianò, guardò ben bene, ed esclamò con un interesse, una specie di turbamento affatto nuovo: