Gian-Luigi si fermò un istante sulla soglia prima d'inoltrarsi nella stanza in cui erano Maurilio e Don Venanzio. Al veder quest'ultimo non mostrò nè contrarietà, nè stupore, quantunque tale incontro fosse il più inaspettato del mondo e non dovesse essergli dei meglio graditi. Illuminò la sua fisionomia del più schietto e cordiale sorriso, e negli occhi gli brillò uno dei più lieti e simpatici sguardi ch'egli possedesse nel suo arsenale di seduzioni. Rattamente, colla facilità del suo fertile cervello egli aveva già concepito un disegno, mercè cui la presenza del vecchio prete doveva servirgli appunto a vincere le ostili prevenzioni che aveva notate in Maurilio contro di lui.

Si accostò adunque a Don Venanzio, l'aspetto commosso, gli occhi quasi umidi di pianto, una espressione nel volto e nel contegno di devozione, di affetto, di intenerimento da non dirsi.

Il buon parroco lo guardava tutto stupito e quasi ansioso. Gli pareva e non gli pareva di riconoscere quelle sembianze: sentiva nel cuore una specie di agitazione, quasi un palpito; voleva dire: Tu sei quel desso, e non osava.

— E la non mi riconosce più? domandò Gian-Luigi con quella sua voce vibrante e melodiosa, che era un'altra delle sue più efficaci seduzioni. Oh che Ella mi avrebbe del tutto dimenticato?

E più abile che un abilissimo commediante, lo scellerato aveva tale un accento di tenerezza, di rincrescimento, di effusione che nemmeno il più diffidente degli uomini ne avrebbe sospettato la sincerità.

Il primo impulso nel vecchio sacerdote fu l'esplosione della sua tenerezza quasi paterna.

— Gian-Luigi! esclamò egli con voce tremante per l'emozione, allargando le sue braccia.

Il giovane mandò un grido di gioia.

— Ah! mi ha ancora riconosciuto!

E si abbracciò con passione al buon parroco, che piangeva — egli — lagrime vere.