«Ma in ciò altresì vorrei lasciato il primo posto alla libertà. Il Comune dovrebbe dire ai suoi cittadini: — Voi che possedete, volete liberamente consociarvi per mantenere le scuole onde abbisogniamo? Alla vostra libera associazione per quest'uopo, la quale appunto sarà tanto più zelante, io cedo volentieri il luogo, pronto a riprenderlo se voi fallite. Non volete? Allora sono costretto ad usare delle mie attribuzioni di ente collettivo stabilito per ottenere il meglio possibile i fini proposti.....»
Più in là il marchese incontrava quest'altro passo notato dal Commissario:
«La società famigliare è imposta all'uomo dalla natura, la società civile e politica è ancor essa il risultato necessario delle sue condizioni fisiche, fisiologiche, intellettive e morali. L'uomo non vi si può ribellare: il diritto comune è lì per ischiacciarlo s'e' lo tenta: il suo consentimento ai legami sociali se è giusto bensì, se risponde ai suoi bisogni ed interessi, è pur sempre tuttavia un consentimento forzato.
«Ciò vuol dire che questa società, che il Governo, in cui la si concentra e con cui agisce, deve strettamente rinserrare la sua azione entro i limiti delle cose che gli spettano realmente, per cui ha la sua ragione d'esistere. Uscendo di là esso, il Governo, abusa di quel costretto assenso, abusa della tacita costretta delegazione, offende la libertà: ogni passo fuori della cerchia delle sue attribuzioni è un passo nella tirannia.
«Ma quanti nelle condizioni presenti dello stato sociale si trovano a disagio! Le leggi che guarentiscono i gaudenti sono in pari tempo ceppi a chi soffre e vorrebbe mutar la sua sorte. Devonsi quelle leggi abolire? ma allora abbiamo l'anarchia. Devonsi comprimere colla forza soltanto i disagiati per farli stare nel loro disagio? ma allora abbiamo la guerra civile in permanenza.
«Il rimedio possibile — un rimedio, relativo e lento e di progressivo sviluppo, imperocchè in ogni cosa della creazione tanto riguardo alla materia sì organica che inorganica, quanto riguardo al mondo morale e intellettivo, nulla è brusco, improvviso ed assoluto — l'unico rimedio possibile, a mio avviso, è una che chiamerei forza del mondo umano, di cui la natura medesima ci diede l'idea, imponendoci la sociabilità, forza la quale non è nuova, nè nuovamente conosciuta, imperocchè ne troviamo imperfette applicazioni anco nel Medio Evo, ma che pur tuttavia ora soltanto pare aver trovate le condizioni acconcie nell'umanità per isvilupparsi e cominciar a mostrare ancora in lontano adombramento che cosa possa ottenere, sin dove arrivare: e questa è L'ASSOCIAZIONE.
«L'uomo, arruolato fin dalla nascita nel corpo sociale, non ha tuttavia con ciò esaurito quell'attitudine di sociabilità che porta seco, specialissimo e nobilissimo carattere dell'esser suo. La società politica e civile non risponde che ad una parte dei suoi bisogni e delle sue facoltà: in tutto il resto devo lasciarlo libero, mentre nello stesso tempo, col fatto suo gl'insegna la verità aritmetica che tante debolezze consociate formano una forza potentissima.
«Di questa sua sociabilità, come d'ogni altro diritto individuale, l'uomo deve potersi servire in ogni modo, a suo talento e capriccio, fin là dove l'esercizio del suo diritto non turbi e non violi il diritto altrui.
«La libertà d'associazione è uno dei più sacri diritti del popolo, ed è più che un attentato tirannico, è un'empietà il fatto d'un Governo che la contrasti e la neghi.»
E qui Maurilio scorreva rapidamente tutte le bisogne a cui poteva — e secondo lui doveva — applicarsi la libera associazione dei cittadini. Designava due vie che si dovevano percorrere, due correnti che avrebbero dovuto muoversi l'una dall'alto, l'altra dal basso, per incontrarsi, a così dire, a mezza strada in un comune intento: la miglioria sociale. Dall'alto le classi arrivate all'agiatezza dovrebbero mercè l'associazione guarentire i loro possessi dai pericoli delle passioni e delle ire che sobbollono nei bassi fondi delle plebi, antivenendo lo scoppio della rivolta che non domanda più ma azzanna tutto, col concedere a poco per volta ciò che giustizia comanda e le condizioni del momento a seconda permettono e consigliano si debba concedere; dal basso i proletari, i lavoratori senza riserva di risparmi, in balìa delle esigenze del capitale, dovrebbero unirsi in tale associazione che facesse per loro come la base d'un ammasso di risparmi, che tenesse luogo in parte per essi del capitale e ne assicurasse loro alcuni dei vantaggi, quello almanco d'una certa sicurezza del domani. Quindi per risultamento del concorso di queste due correnti d'associazione, una dei ricchi, protettiva ed aiutrice, l'altra dei poveri, operativa e principale, guarentito ad ognuno della plebe che voglia — e chi non vorrebbe? — l'educazione della prole, l'esistenza della famiglia e il soccorso fraterno durante le malattie, il pane di tutti i giorni e la dolcezza del domestico focolare pulito e raccolto, mercè il lavoro, l'assistenza nella vecchiaia quando le forze mancano all'opera, così che quello fra tali invalidi operai che sia rimasto solo, non abbia da stentar la vita coll'elemosina che degrada, ma riceva una pensione, risparmio della sua opera giovanile che si è capitalizzato quasi senza sua saputa, e chi è nella famiglia non viva tutto a carico del lavoro certe volte scarso dei figli.