Sollevò il capo. Nell'alto specchio vide la sua pallida fronte e la sua scarna faccia, che sembravano, nell'ombra mandata dalla ventola, la faccia e la fronte d'uno spettro. Si trasse per moto istintivo indietro d'un passo, vide ad un tratto tutti gli orrori della guerra: morti e morenti, e saccheggi ed incendi e rovine. Si passò la mano sulla fronte, deviò lo sguardo dallo specchio e disse curvando il capo:

— Sia quello che vuole il nostro Signore Iddio!

CAPITOLO XI.

Una strana notte fu quella che passò Maurilio. Non dormì e non fu sveglio; non ebbe sogni e le più matte immagini di chimere danzarono nella sua turbata fantasia. Il povero villaggio in cui era stato allevato e le sontuosità cittadine, il fienile in cui bambino aveva tremato del freddo e la camera in cui aveva parlato al Re, la modesta pulita stanzina in cui gli faceva scuola il parroco e lo studio severo del marchese, Menico e la Giovanna, Nariccia e il signor Defasi, Don Venanzio e il marchese, Francesco Benda e gli altri amici suoi, e Carlo Alberto, e il Commissario di Polizia, e Stracciaferro e Graffigna suoi antichi compagni di carcere passavano e ripassavano innanzi alla sua mente in una confusione di scene senza senso e senza nesso che s'avvicendavano, sparivano, tornavano, si interrompevano, si ripigliavano con un tormentoso brulichio del cervello.

In quel disordine predominavano, affacciandosi di quando in quando, due figure: una quella della splendida bellezza di Virginia che gettava su quel caosse il raggio d'un suo sorriso provocatore; l'altra quella di Gian-Luigi che appariva tratto tratto con un aspetto mefistofelico a far suonare in quel tumulto un ghigno di scherno. Virginia, nè pure il più pazzamente audace de' suoi sogni avuti fino allora non glie l'aveva mostrata mai di quella guisa. La gli veniva dinanzi disciolte le chiome d'oro, sparse sull'eburneo seno trasparente fra il velo di seta che le facevano quegli abbandonati capelli; la si chinava verso di lui dal piedistallo di nubi rosate sopra cui s'ergeva oltre la comune altezza dei mortali: gli lanciava nel volto, negli occhi, nel cervello, nel cuore un sorriso d'indefinibile procacia, un sorriso di seduttrice, un sorriso di donna tocca dal dito impuro d'Asmodeo, ed una voce vibrante come un acuto stromento metallico gli diceva: «Amami, amami, fammi tua.» E la vaga forma gli protendeva le braccia e coll'influsso del suo sguardo non umano lo attraeva a sè così che a lui pareva esser levato nell'aria, ed accostarsi, accostarsi la sua bocca desiosa a quella bocca di sì desiato riso: ma quando già erano per toccarsi le labbra frementi, quando già si fondevano l'una nell'altra le fiamme dei vividi sguardi, ecco una voce di rampogna tremenda gridargli all'orecchio: «Empio! è tua sorella.» Ed egli ricadeva di botto con dolorosa scossa sul suo letto, come un Titano fulminato dalla soglia dell'Olimpo alle rupi della terra; e tutto gli si scombuiava dinanzi, e perdeva ogni coscienza di pensiero per non conservar più che un senso indefinito, vago, ma profondo, d'inenarrabile dolore.

Poi nella notte tenebrosa della sua mente ricominciavano da capo a disegnarsi incertamente delle forme che via via, man mano prendevano più corpo e venivano a sfilargli dinanzi in una processione che gli rappresentava frammisti, intralciati i fatti del suo passato, le vicende mirabili del presente, e le possibili avventure del futuro. Allora veniva poco a poco architettandosi un romanzo impossibile di successi della sua vita ambiziosamente lieti; gli si veniva disegnando dinanzi un quadro di grandi e nobili venture delle quali egli era il benemerito eroe, finchè di dietro in quella tela dava del capo e la sfondava apparendo con uno scroscio di cachinno una figura ironica e beffarda, quella di Gian-Luigi, che gli gridava con accento fra la collera, la compassione e il disprezzo:

— Imbecille! Non t'accorgi tu che tutto questo è un sogno? Tu saresti un discendente di nobile prosapia, ed io sempre un miserabile bastardo d'ignoti genitori? Eh via! È impossibile. Metti l'animo in pace, e torna a nasconderti nella tua nullità.

L'alba tardiva della giornata invernale rompeva le tenebre della notte, e la mente di Maurilio, stanca di questa sequela di febbrili visioni, era caduta in un torpore che non era riposo, ma che era pure una sospensione da quello strano e doloroso travaglio. Giacque inerte per alcun tempo, senza più idee, senza propositi, senza pensieri. Pur due immagini vegliavano ancora, per così dire, benchè non avvertite, in fondo a quella nebbia dell'intelligenza; e quando il giovane aprì gli occhi alla luce del giorno, che s'era fatto pieno, e tornò nella precisa cognizione di sè, le trovò ambedue chiare e spiccate, ma ora nell'essere loro naturale presentarglisi come due doveri da compiere. Bisognava fuggire Virginia, almeno per alcun tempo, finchè la forza della volontà fortemente impiegata avesse sostituito l'affetto fraterno a quella ora scellerata passione d'amore; conveniva apprendere al suo compagno d'infanzia e di sorte la ventura del suo destino. Ad ottenere il primo scopo già aveva deciso partire quella stessa mattina con Don Venanzio, e presane licenza dallo zio; per la seconda cosa da farsi determinò andare senza indugio a narrare ogni cosa a Gian-Luigi.

Questi riposava ancora nel suo letto sontuoso nella camera elegantissima del suo ricco quartiere. Maurilio insistette presso il servitore così che ottenne il suo nome fosse annunziato tuttavia al padrone, il quale diede ordine il mattiniero visitatore fosse tosto introdotto.

Marullo aprì le imposte della finestra, fece passare il giovane e si ritirò.