— Lei?

— Sì, signore. Due uomini mi assalirono, dei quali uno era un colosso. Non pensai mi convenisse opporre resistenza; mi spogliarono di quanti denari avevo, e, quel che più mi dolse, mi presero anche il mantello che qui mi era stato imprestato: ed ecco la cagione per cui non l'ho potuto ancora, nè lo potrò mai restituire.

Giacomo fece un atto ed un'esclamazione che significavano: «Ora capisco tutto.»

— Egli è appunto cosa che riguarda quel benedetto mantello che io le ho da dire. In causa di esso io ebbi una chiamata dal giudice istruttore.

— Davvero? esclamò Quercia, che nascose il suo malessere sotto le mostre dello stupore.

— Sicuro; e ci fui questa mattina medesima.

— E che le si disse adunque? Il mio aggressore sarebbe stato arrestato?

— No, ma il suo aggressore dev'essere niente meno che l'assassino di quell'usuraio.

— Possibile! Oh come? oh come?

— Nelle mani dell'assassinato si trovò un pezzo di bavero, sotto cui trapunte due lettere iniziali. La Polizia ebbe a sè tutti i sarti della città per vedere se alcuno riconoscesse in quello un suo lavoro, e il sarto mio e di mio figlio disse che quello era il colletto d'un mantello da lui fatto pochi mesi sono per Francesco, del cui nome infatti sono iniziali le lettere che vi si trovano trapunte. (E il nostro sarto ha appunto l'uso di ricamare tali cifre per distinguere i panni miei da quelli di mio figlio). Mi si mostrò quello squarcio e mi si domandò se lo riconoscevo: io risposi che quelle erano invero le iniziali del nome di mio figlio, che ben mi pareva quello il pezzo d'un suo vestito, ma che non potevo esserne sicuro. Si volle sapere se un mantello od altro oggetto di vestiario qualunque mancasse alla guardaroba di Francesco, e per che cagione la ci mancasse, ed io dovetti contare come quella sera fatale avessimo dovuto imprestare a Lei, a cui abbiamo tanto debito di riconoscenza, un mantello per tornarsene la notte a casa sua.