— Bene: quando quel signore sia introdotto da me, quattro vengano nella stanza vicina, pronti ad ogni cenno.... Quel signore poi lo farete passare solamente quando avrò suonato.
Partita la guardia, il Commissario andò al forzierino che stava presso al caminetto, lo aprì colla chiavetta che portava sotto panni appesa al collo per un cordoncino, e ne trasse quel grosso libro legato in pelle nera, che gli abbiam già visto consultare quando volle sapere alcun che del pittore Vanardi. Questa volta aprì il libro al punto in cui sul margine della pagina era impressa per rubrica la lettera Q e lesse attentamente tutto ciò che stava scritto sotto il nome di Quercia, sul quale si posò il suo dito lungo, grosso, nero, villoso ed unghiato. Poi richiuse il libro, lo ripose là donde l'avea tolto, serrò accuratamente il forziere e le mani affondate nelle lunghe tasche del suo soprabitone, il mento quadrato sostenuto al duro cravattino, passeggiò per lo stanzino profondamente meditabondo.
Intanto Gian-Luigi s'impazientava d'aspettare. Per quanto fosse pieno di risoluzione e scevro di timore il suo animo, non era certo senza una specie di apprensione ch'egli era entrato in quel luogo. Affrontava audacemente un pericolo che aveva visto sorgergli innanzi, ma non sapeva bene quali forme precise e quali forze potesse prendere poi questo pericolo, dal quale fors'anco non avrebbe potuto scampar vittorioso. La sua natura era avida di simili temerità ed era avvezza ad ottenere, mercè appunto l'audacia, l'aiuto della fortuna; ma gli piaceva per ciò averne di subito dalla sorte la risoluzione del problema che affrontava, il premio dell'ardimento che dispiegava. L'indugio che pose il Commissario a riceverlo cominciò per essergli fastidioso, poi divenne grave e quasi insopportabile. Anche la sua superbia, anche il suo amor proprio n'erano offesi. Pensò inoltre che una troppo umile tolleranza da parte sua avrebbe potuto essere indizio di qualche peritarsi, di alquanto timore, e ciò non voleva assolutamente che si credesse. Si staccò dalla finestra, dove superbamente atteggiato, il cappello in testa, stava guardando nei fossi del castello, e indirizzandosi al capo delle guardie che erano in quella stanza, disse con accento imperioso di superiore:
— Olà! E' mi par soverchio questo farmi aspettare. Crede egli il signor Commissario che io non abbia mezzo migliore di passare il tempo che star qui a guardare traverso questi vetri affumicati il volo dei colombi? Andate e ditegli che se le sue occupazioni non gli permettono di ricevermi ora, me lo faccia saper subito, ed io tornerò in momento più opportuno.
La guardia esitò un momento; ma il tono di comando e l'aria di disprezzo agiscono sempre con una certa forza sull'animo di quella gente, avvezza ad essere disprezzata da chi li comanda; e Gian-Luigi era tale a cui nessuno andava innanzi nell'imponenza dell'aspetto e nell'autorevolezza della parola. Sotto lo sguardo imperioso del giovane elegante il poliziotto finì per cedere e si recò dal Commissario a fare timorosamente l'ambasciata.
Il signor Tofi cominciò per istrapazzare di santa ragione il mal capitato, e poi soggiunse più burbero che mai:
— Dite a quel signorino che di voglia o di necessità avrà la pazienza d'aspettare; chè se volesse partirsene, avete l'ordine, come vi do espressamente, capite, di trattenerlo ad ogni modo.
Quercia, all'udire questa risposta, sbuffò, disse ad alta voce con tono concitato che avrebbe mostrato al sor Commissario il modo di trattare coi pari suoi, e fece persuasi tutti quelli che l'udivano, esser egli un gran personaggio.
Cinque minuti dopo il campanello del Commissario suonato con mano robusta avvisò che il visitatore poteva essere introdotto.
Quercia entrò nel gabinetto senza levarsi il cappello, l'occhio incollerito, la mossa superba, come avrebbe potuto fare il conte San Luca o il marchesino di Baldissero.