— Domanda di confessarsi: rispose il medico.

— E' non fa altro dacchè ha riacquistato l'uso della parola: disse l'infermiere che era stato posto a vegliare sul giacente: di queste poche ore l'avrà già domandato un migliaio di volte.

— Sì, vi confesserete e potrete adempiere ai vostri doveri di cristiano: ma prima è necessario che voi adempiate a quelli che avete verso la giustizia umana, che noi qui rappresentiamo. Fate dunque coraggio, raccoglietevi e preparatevi a rispondere alle nostre interrogazioni.

— Mi resterà ancora tempo abbastanza da confessarmi poi? domandò la voce soffocata e penosa del moribondo.

— Sì, disse il medico; stia di buon animo che vi è di meglio ancora per lei: la speranza della guarigione.

Gli occhi di Nariccia espressero un dubbio desolante in risposta a queste confortevoli parole del medico.

Il giudice cominciò senz'altro l'interrogatorio. L'infermiere era stato mandato nelle altre stanze; un segretario s'era seduto ad un tavolino stato posto più presso al letto che fosse possibile, e teneva innanzi a sè la carta su cui era preparato a scrivere le risposte; non altra luce rischiarava l'oscurità di quella stanza, fuor quella della lampada sormontata da una ventola opaca che stava sul tavolino dove s'accingeva a scrivere il segretario; così alto silenzio regnava che si udiva il rumore della respirazione affannosa del giacente, e che le parole da lui pronunziate in risposta alle fattegli domande, quantunque dette a voce più che sommessa, erano intese da tutti.

— Voi siete nel pieno possesso della vostra ragione? cominciò il giudice, parlando piano ancor egli, e curvo sopra il letto.

— Sì.

— Da quando siete rientrato nella vostra cognizione?