Tofi non ci pensò che un minuto secondo.
— Bene: diss'egli colla sua solita ruvidezza: mi potete fors'anco essere utile. Venite.
Si fece come Barnaba aveva detto, e un quarto d'ora non era passato che il Commissario e Barnaba entravano nella camera dove giaceva Nariccia e dove non tardava a raggiungerli il giudice istruttore.
L'usuraio era sempre immobile stecchito e pareva un cadavere mummificato, in cui per miracolo fossero rimasti vivi gli occhi: questi in quella faccia gialla di morto, al fondo di quelle occhiaie incavate e d'un brutto lividore, nella loro irrequietezza avevano una pena, uno spasimo, uno spavento che ti stringeva l'animo, che era una cosa orribile a vedersi. Quegli occhi agitati che vivevano soli in quel corpo morto parevano suppliziati che cercassero fuga, scampo, pietà dalla loro tortura: pareva che le più tremende visioni passassero innanzi a quelle pupille in cui ardeva la febbre; come certo innanzi alla mente passavano tremendi i ricordi di un colpevole passato, le azioni d'una vita scellerata. Le labbra erano livide, e l'inferiore contorto da una parte penzolava dando a quel viso di pergamena una smorfia immobilitata come quella d'una maschera, che faceva paura e ribrezzo a mirarsi. Fra quelle labbra la lingua impacciata, grossa, pendente riusciva a balbettare a stento alcune parole.
Barnaba, a cui la fatica d'esser venuto fin lì, benchè portato per le scale da Meo e per la strada dalla carrozza, aveva tolta ogni forza, si lasciò cader seduto sopra una seggiola al fondo del letto in cui giaceva Nariccia, e quelle due faccie cadaveriche e quei quattro occhi febbrilmente vividi in mezzo il gialliccio pallore da morto si guardarono fisamente, curiosamente, con avida reciproca investigazione. Erano due vittime del medesimo individuo che dovevano assembrare le volontà in un intento comune: quello della vendetta.
Nariccia, sviato lo sguardo dal volto macilento di Barnaba, lo fece scorrere con istupore interrogativo sopra le persone che in gruppo vide accostarglisi e stargli dintorno; le sue labbra contorte si mossero penosamente, la lingua penzolante si agitò e una voce gutturale, stentata, che pareva quella d'un ventriloquo, pronunziò stentatamente alcune parole, che non furono comprese.
— Che cosa avete detto? domandò il medico, il quale, dietro espressa volontà del giudice istruttore, doveva assistere all'interrogatorio. Abbiate la compiacenza di ripetere.
— Confessarmi, confessarmi: balbettò il paralitico colla medesima voce stentata e sommessa, ma con terribile espressione d'angoscia nell'accento: voglio confessarmi prima di morire.
Il medico, il giudice ed il Commissario s'erano curvati sopra il letto a cogliere il debole suono della voce di quel meschino.
— Che cosa disse? domandò Barnaba il quale dal posto ov'egli si trovava non aveva potuto udire.