Quella sera medesima avevano luogo, come se nulla fosse intravvenuto, gli sponsali di Luigi Quercia e di Maria Benda.
Era stato desiderio espresso di Quercia che nessuna festosa solennità, nessun fasto accompagnasse la firma del contratto degli sponsali: desiderio a cui s'affrettarono di aderire i parenti della sposa e la sposa medesima, siccome quello che stava pure nell'animo loro, e veniva consigliato dalle circostanze medesime in cui si trovavano, le conseguenze cioè del tumulto degli operai e l'infermità di Francesco. Nella camera di quest'ultimo la sera avevano luogo gli sponsali e, fuori de' più prossimi congiunti di cui non poteva evitarsi la presenza, una mezza dozzina di persone, non vi assisteva alcun invitato.
Lo sposo, Luigi Quercia, qualificatosi per dottore in medicina e in chirurgia, aveva recato seco e presentato all'atto delle promesse la somma di cento mila lire in biglietti di banco francesi che dichiarava voler costituire in aumento dotale alla sua dilettissima sposa e lasciava al suo futuro suocero perchè, celebrato il matrimonio, investisse in altrettante cedole del debito pubblico piemontese (allora in grandissimo pregio) nominativamente intestate alla sposa medesima: questa, Maria Benda, portava in dote al marito ottanta mila lire in oro ch'egli ritirava all'atto medesimo. Le due somme, i biglietti di banco a fasci di dieci da lire 50 ciascuno, e i napoleoni d'oro a torricelle di venticinque ognuna, stavano sopra la tavola a cui sedeva il notaio che rogava il contratto, fra due massicci candelabri d'argento.
Vario era il contegno dei diversi personaggi che partecipavano a quella scena; Maria, essa, posseduta da un'intima letizia che non si scompagnava dall'agitazione, passava da un caro pallor delle guancie ad un rossore più caro ancora, i suoi occhi si tenevano più volentieri chinati a terra, ma talvolta però si levavano verso il suo sposo e lampeggiavano d'una viva luce soave; egli, lo sposo, aveva l'orgoglio temperato e l'allegria di buon gusto d'un trionfatore modesto; in ogni sua mossa, come in ogni parola appariva l'uomo di squisito sentire, di carattere delicato e di perfetta educazione; solamente chi avesse conosciuto a fondo la variabilità d'espressioni di quella fisionomia così soggetta alla volontà, avrebbe potuto notare una lieve mostra come d'inquietudine, nella vivacità di certi sguardi, quasi un'impazienza che quelle formalità durassero cotanto, un desiderio che tutto fosse finito al più presto. La madre di Maria, come tutte le madri in simili circostanze, era dominata da una commozione cui mal poteva frenare, e spesso le si riempivano di lagrime gli occhi che teneva rivolti con immenso affetto sulla figliuola. Il sor Giacomo aveva nell'animo qualche cosa ancor egli che non lo lasciava del tutto contento. Aveva liberamente e lietamente acconsentito a quel maritaggio con tanta ardenza desiderato dalla figliuola, che doveva procurarne la felicità, e cui credeva sotto ogni rispetto convenevole; sedotto ancor egli dalle brillanti qualità dello sposo, persuaso per prova di fatto della generosità dell'animo di lui, gratissimo verso di esso per quanto aveva fatto in pro della famiglia, aveva pur sentito nascergli in cuore per quel giovane una simpatia che già era quasi un affetto, e tuttavia a questo momento, fosse inesplicabile istinto, fosse inavvertito effetto delle accuse udite da Maurilio, non credute ma che, ciò nulla meno, come quasi sempre d'ogni accusa suole accadere, avessero lasciata traccia, il vero era che egli sentiva una specie d'agitazione, una mala voglia che non si sapeva spiegare. Francesco, debole ancora, propenso per indole e per la propria condizione a desiderare ed allietarsi nel veder soddisfatto un reciproco amore, non provava che una affettuosa tenerezza per la gioia della sorella.
Il notaio leggeva lentamente, con quel tono di voce e quell'accento speciale di questi pubblici ufficiali che tutti conoscono, le clausole del contratto. Gli sposi il domattina dovevano celebrare il matrimonio alla parrocchia e partire immediatamente alla volta della Francia.
La lettura era finita: si procedette alle firme. Vi appose prima la sua, non senza un legger tremito, Maria; poscia lo sposo. Nel passare la penna alla suocera, Quercia drizzò l'orecchio e, senza che alcun altro nulla udisse ed a questo suo atto badasse, stette intentissimo ad ascoltare. Il finissimo suo senso dell'udito era stato percosso da un lontano susurrio, da un penetrar di gente sotto il portone, da uno scambio di parole. Egli, a buona ragione sospettoso di tutto, si ritrasse indietro con moto naturalissimo e s'accostò lentamente alla finestra. Maria, che non aveva occhi, che non aveva anima, che non aveva vita che per lui, gli venne presso; egli, vivamente preoccupato com'era, tutte le sue facoltà concentrate, per dir così, nell'intentività dell'udito, ebbe pure l'arte e la forza di sorriderle e di prenderla per mano.
— Cara, le disse traendola verso la finestra come volendo isolarsi con lei dal resto delle persone presenti: cara, tu sei mia finalmente, e il primo sacro vincolo ci ha avvinti di quella dolce catena che deve tenerci uniti per tutta la vita.
Ella non sapeva che dire, non poteva parlare, tremava in tutte le fibre d'un tremito soave; lo guardava e sorrideva.
Gian-Luigi aprì le imposte di legno della finestra e guardò fuori traverso le invetrate. Quella finestra s'apriva dalla parte del cortile in una delle due ale che si stendevano verso la fabbrica incendiata. Il tempo s'era rimesso al bello e batteva la luna. Sulla neve del cortile Quercia vide stendersi l'ombra di parecchi uomini.
— Che siano dessi? pensò; mi sembrano in pochi, tre o quattro tutt'al più: ne avrei facilmente ragione.