Pel segreto passaggio dalla palazzina passò nell'andito sotterraneo che conduceva al grande stanzone centrale. Camminava lento, gli occhi e le orecchie tese con ogni sua possibile intentività; la mano destra teneva sull'elsa del pugnaletto, colla sinistra veniva tastando la parete per guidarsi, essendo che quella sera non fossero accese le lampade lungo il corridoio, ed egli avesse pensato meglio non recar seco lume nessuno. Ad un punto udì innanzi a sè un suono, che gli fece spavento, se pure può questa parola usarsi per l'intrepida tempra di quella natura. Era un rumore di lotta: alcune voci d'ira e di minaccia, alcuni gemiti che parevano di feriti, colpi e percosse. Il medichino ristette. Era questa una rissa fra i soliti abitatori del Cafarnao, oppure una lotta con nemici invasori? Il dubbio non durò a lungo. Si udì una voce che Quercia riconobbe per quella dal commissario Tofi.

— Non fate fuoco, gridava la voce, e' si vogliono prender vivi; che diamine! siete in tanti e non ci valete ad opprimere due uomini soli, di cui uno ancora non è che la metà d'un uomo?

Al punto in cui era giunto Gian-Luigi, poteva scorgere una luce rossiccia in fondo al corridoio. Erano delle lanterne che tenevano in mano vari uomini che non tardò a riconoscere per guardie di polizia. Sui gradini che conducevano a Cafarnao stavano ritti Stracciaferro e Graffigna che si difendevano bravamente, il primo con un palo di ferro, il secondo col suo coltello affilato, contro l'assalto d'una schiera di poliziotti: alcuni di questi già erano distesi per terra malconci; dietro degli assalitori appariva l'alta persona del Commissario, il quale, nel suo solito contegno, le mani affondate nelle sue grandi tasche del soprabitone, incoraggiava i suoi uomini all'assalto. Allo sbocco dell'andito che conduceva alla bottega di Baciccia apparivano altri poliziotti appostati.

Il primo impulso di Gian-Luigi fu quello di gettarsi là in mezzo a soccorso de' suoi; ma fu lesto a cambiar d'avviso, egli si perdeva inutilmente senza salvare gli altri. Sola cosa da farsi era tornare il più presto sui suoi passi, prendere in fretta tutto quello che si poteva di valore che era nella palazzina, e fuggire se pure s'era tuttavia in tempo. Retrocesse adunque affrettato; giunto dietro all'uscio segreto che metteva nel salotto della casina sostò ed applicò l'orecchio alla commessura per ascoltare; non udì rumore di sorta; colà non era dunque ancora penetrato nessuno. Toccò la molla nascosta; l'uscio si aprì; egli passò ratto e lo richiuse: ma aveva fatto appena pochi passi che udì nell'andito a pian terreno gente che entrava, che si accostava alla scala, che saliva. Si morse le labbra fino al sangue, gettò un'occhiata disperata intorno a sè, come per cercare una via di scampo: non ce n'era nessuna: tornare nel sotterraneo era peggio: gli occhi gli balenarono orrendamente: si vide compiutamente perduto e si disse con una bestemmia che la sua ultima ora era venuta; si piantò sulla soglia di quella stanza, impugnò con mano convulsa il pugnale e stette ad aspettare.

Non aspettò a lungo; l'uscio della camera che precedeva si aprì e comparvero agli occhi suoi quattro uomini — quei medesimi che già lo avevano assalito nella casa dei Benda — e in mezzo a loro, come duce, Barnaba. Nessuna parola fu scambiata: nè i poliziotti minacciarono, nè il medichino aprì labbro; gli arcieri ad un cenno di chi li capitanava fecero un moto per islanciarsi addosso a Quercia: questi brandì il pugnale, solidamente piantato sulle sue gambe, in una mossa robusta ed elegante da gladiatore antico. Era sì fiero l'aspetto di lui, sì ferocemente lampeggiavano i suoi occhi neri, la profonda ruga incavatasi nella sua fronte dava una tale sembianza di forza, di risoluzione disperata, di volontà e di ferocia indomabili a quel suo volto fatto per imporne altrui e per comandare alle turbe, che gli arcieri, come intimoriti, s'arrestarono. Ciascun di loro sapeva che il primo fosse arrivato a tiro di quella sottil lama, che brillava nel pugno piccolo e nervoso del medichino, sarebbe stato un uomo morto; e per quanto si sia sicuri che la nostra morte verrà vendicata, non è questo pensiero abbastanza consolante per deciderci a farci accoppare così di piano senza punto oscitanze.

Barnaba, il quale voleva finirla presto, si volse indietro e chiamò a sè un uomo che era rimasto nell'altra stanza in coda degli altri.

— A te, gli disse, vieni qua e guardalo. È egli quel desso?

Gian-Luigi vide, dietro le spalle dei quattro arcieri, comparire la faccia scema e gli occhi vitrei di Meo, il garzone di mastro Pelone.

— Ah! sei tu il traditore: mormorò fra i denti il medichino: che sì ch'io ti darò qui stesso la tua paga... Ma tu non sei già il solo, perchè il segreto di Cafarnao non t'era noto.

Lo sguardo di Meo, fissandosi nel volto di Gian-Luigi, s'animò per quanto quello sguardo poteva animarsi.