— È lui, esclamò, gli è proprio lui: lo riconosco, quantunque e' sia vestito da signore.

Barnaba aveva giudicato egli pure che alcuno dei presenti doveva sacrificare la vita per la cattura di quell'importantissimo personaggio; ed avvisò che, fra quante aveva in quel momento a sua disposizione, l'esistenza di quel poveraccio era la più sacrificabile, come quella che, arrestato il famoso medichino, diventavagli affatto inutile.

— Or bene, gli disse piano all'orecchio, saltagli addosso ed afferralo tu, se non vuoi che più ci scappi e ti porti via per sempre la Maddalena.

Meo allungò il collo fra le spalle dei poliziotti che erano dinanzi e misurò collo sguardo lo spazio che gli restava da percorrere per arrivare al medichino.

— Animo! gli susurrò all'orecchio Barnaba: l'hai giurato che non te lo lascieresti scappar più; e così ti vendicherai di lui e di lei.

Il garzonaccio diede in una specie di grugnito: fece come il cane che, animato dalla voce del cacciatore, esita a slanciarsi addosso al cinghiale attergatosi ad una pianta, e poi ad un tratto ei si decide e corre addosso alle mortifere zanne: colle due mani trasse indietro due degli arcieri per farsi lasciare il passo, e coll'impeto d'una catapulta, piombò addosso al medichino di tutto il peso della sua persona.

Gian-Luigi piegò un istante a quell'urto; ma le sue gambe s'irrigidirono tosto ed egli riprese di subito la sua impostatura di difesa; però l'assalitore l'aveva afferrato alla gola e gli stava ingombro sul petto, facendo sforzi ad abbatterlo in terra. Si vide al lume rossiccio della lanterna balenare per aria la lama sottile, ed una riga di sangue colare ad un tratto e per più luoghi dalle reni di Meo. Questi tuttavia non lasciò la presa: muggiva e rantolava in orribil guisa, ma le sue braccia si stringevano convulse al collo del medichino, così che tutto pavonazzo ne diventava il viso di costui; e negli squassi dell'agonia, cadendo a terra come sacco buttato, Meo traeva seco, sempre stretto dalla morsa feroce delle sue braccia contratte, Gian-Luigi a mezzo soffocato. Ma quando aveva toccato il pavimento, il povero Meo già era cadavere.

— Su, su, gridò Barnaba: saltategli addosso ora ed impedite ch'ei possa uccidersi, e disarmatelo.

Gli arcieri tutti quattro piombarono su di Quercia nell'atto che stava per divincolarsi dall'amplesso orrendo di quel cadavere e volgere su di sè l'arma omicida; non senza sforzi riescirono a torgli di mano il pugnale e legarne le braccia e le gambe, e finirono per lasciarlo disteso in terra ansimante, sanguinoso, pesto e allividito dai colpi ricevuti, ma terribile ancora a mirarsi. Il pittore che avesse voluto rappresentare il Satana fulminato, non avrebbe potuto trovare modello più acconcio e più efficace di quell'uomo pallido, dalle chiome nere irte sul capo come serpenti, dagli sguardi feroci e rabbiosi d'una ferocia impotente, il quale si mordeva il labbro inferiore da far spicciar il sangue che gli colava lungo il mento, sulla cui fronte la ruga profonda che vi si incavava fra le sopracciglia, pareva l'impronta della maledizione di Dio.

Barnaba, che aveva assistito con trepidante interesse alla breve ed aspra lotta, ora che si vide disteso ai piedi, vinto ma non domato, quell'uomo; come se soltanto per questo fine gli avessero bastato le forze che aveva raccolte mercè il conato perseverante della sua volontà, si lasciò cader seduto sovra una scranna, mandando un lungo sospiro, e parve presso a svenire.