Barnaba si accostò al giacente e, curvatosi verso di lui, gli disse:
— Vedete che sono informato di tutto. So che per quella grande specchiera laggiù si penetra nel sotterraneo covo della vostra cocca, e so che la si può aprire mediante una molla segreta che si preme. Fareste assai bene ad indicarci questo segreto per avanzarci la fatica e il tempo di rompere ed abbattere quell'uscio così ben dissimulato, senza contare che gli è un peccato mandar a male un sì bel cristallo.
Il medichino seguitò a guardar fieramente chi gli parlava, ma non disserrò le labbra.
— Rompete quello specchio, comandò Barnaba accennandolo colla mano, e sfondate l'uscio che esso nasconde.
L'ordine fu tosto eseguito. Dieci minuti dopo appariva il vano nel muro e il tenebroso pozzo della scala che s'affondava. Allora il prigioniero fece un movimento ed accennò colle pupille a Barnaba che gli stava seduto dappresso.
— Sentite: diss'egli.
Il poliziotto, aspettandosi qualche rivelazione, si curvò su di lui con sollecita premura.
— Che ragioni personali d'animosità avete voi contro di me? gli domandò Quercia, facendogli penetrare negli occhi il suo sguardo acuto.
Per un ratto istante le pupille, abitualmente velate, di Barnaba ebbero un improvviso bagliore; ma le si spensero tosto.
— Nessuna: rispose egli freddamente.