— E di questa guisa si rovina lo Stato e la Monarchia. Togliete a questa ed a quello la base solida e il sostegno continuo e robusto d'una nobiltà rispettata e potente, e per forza li vedrete cascare in balìa delle passioni popolari e, come si suol dire oggidì, della democrazia.
— Giusto!
— E come volete avere un'aristocrazia costituita potente, che continui di generazione in generazione l'opera tradizionale, se coll'abolizione dei maggioraschi le togliete i mezzi di vivere; se con una fatale uguaglianza vous la ravalez al livello della plebe?
— Giustissimo!
— Nei tempi antichi della nostra monarchia, quando si aveva un buon governo e si applicavano le buone massime...
— Prima degli orrori della empia rivoluzione francese: soggiunse Barranchi, il quale contro quella rivoluzione aveva l'odio più accanito che possa albergare nell'animo d'un generale.
— Ebbene, se si fosse presentato un caso simile all'attuale, non si sarebbe messo a repentaglio nessuna di quelle cose per cui il popolo deve avere venerazione, e la giustizia medesima ci avrebbe guadagnato.
— Sicuro! Prima di tutto non c'era quell'imprudente invenzione della pubblicità dei processi.
— Ma che processo? Non se ne sarebbe fatto. Un individuo della fatta di quel Quercia lo si sarebbe preso, e senza che nessuno ne sapesse e ci avesse a mettere il becco lo si sarebbe mandato a lavorare sotto lo staffile in qualche luogo remoto della Sardegna, dei più malsani, dove non avrebbe potuto menar la lingua con nessuno, e dove non avrebbe tardato a liberare del tutto il mondo e la società della sua scellerata persona.
Il conte Barranchi mandò un sospiro di rincrescimento.