Udito che quello era l'ultimo giorno della sua vita, Gian-Luigi s'era vezzosamente inchinato come per ringraziare chi glie ne aveva data la novella, come per salutare la morte che vedesse comparirgli sulla soglia della sua carcere. Nessun altro segno d'emozione fu da notarsi in lui, fuorchè un lievissimo tremar delle ciglia; non impallidì il suo viso, non diede il menomo sussulto pur uno de' suoi membri: sorrise. Quando seppe che gli bisognava calzare la camicia di forza ed essere incatenato per il nodello ad una gamba, domandò se questo non poteva essergli risparmiato; rispostogli che no assolutamente, mandò un sospiro, e vi si acconciò senz'altra osservazione. Messo nella cella a lui destinata, guardò con empia ironia l'altare preparatovi, il crocifisso e l'inginocchiatoio postovi dinanzi; girò intorno alle pareti per quanto gli concedeva la lunghezza della catena, e lesse con apparente interessamento parecchie iscrizioni che vi erano scombiccherate su. Ad un punto vi era una filza di nomi accompagnati da qualche parola di preghiera e di rimpianto: erano i nomi di coloro che da più anni erano passati in quel confortatorio per andarne a morire: ciascuno vi aveva scritto il suo nome, la sua età, la data della sua dimora nel luogo funesto ed un'invocazione alla pietà ed alla compassione di chi leggesse. Il medichino si volse ad uno dei fratelli della Misericordia che stavano guardandolo con un interesse di curiosità che ben gli valevano la sua trista rinomanza e gli strani casi della sua vita:

— Avrebbe Lei un toccalapis da imprestarmi?

Il confratello della Misericordia s'affrettò a soddisfare alla sua richiesta. Gian-Luigi scrisse poche parole e si allontanò: i due suoi assistenti si accostarono a leggere avidamente. L'ultima di quelle lamentanze diceva: «Ah! come crudele morire a trent'anni, sano e robusto da viverne ancora altri cinquanta!» Il medichino aveva scritto con mano ferma al di sotto di tutti que' rimpianti: «Imbecilli tutti! si muore e si tace!»

I due fratelli della Misericordia si guardarono in volto stupiti, non comprendendo il significato di quella disperata rassegnazione.

— Ella non ha voluto fare come gli altri e metterci il suo nome: disse il più audace de' due.

Il medichino, pure in quella estrema condizione in cui si trovava, aveva conservato tanta apparenza di superiorità che il buon popolano sotto la cappa della confraternita non osava trattarlo altrimenti che col Lei.

— A me non piace fare come gli altri: rispose superbamente il condannato. Il mio nome!... Perchè metterci costì su quella ignominiosa parete, vicino a que' nomi infami anche il mio? Per farmi ricordare? Ho più caro essere obliato. E chi lo leggerebbe? Qualche altro miserabile che passerà angosciato per quest'anticamera del patibolo.

Si piantò innanzi alla parete dov'erano scritti que' nomi e li lesse forte con accento d'una sprezzosa ironia.

— Ne ricordo alcuni di questi buoni arnesi. Costui che ha scritto la massima la più affettuosa e più tenera del Vangelo, cui certo gli aveva allor allora soffiata nell'orecchio il confessore, aveva ucciso una vecchia a colpi di sasso per pigliarle quaranta franchi; quest'altro ammazzò suo padre, perchè non voleva dargli dieci lire da pagare una meretrice.... E tutti costoro si sono purgati con una buona confessione, s'illustrarono con un pentimento esemplare, sono partiti dal mondo «puri e disposti a salire alle stelle» ed ora godono nelle beatitudini del paradiso il premio delle loro buone azioni.

I due della Compagnia della Misericordia, senza capire tutta l'empietà dell'ironia che era nelle parole del condannato, pure se ne sentivano ghiacciare il sangue; lo guardavano quasi esterrefatti, e non sapevano trovare parola.