CAPITOLO XXXI.

Alle dieci del mattino adunque ciascuno dei condannati aveva visto aprirsi la porta della sua carcere ed uditosi annunziare che la domanda di grazia per commutazione di pena era stata respinta, e che dovevano quindi prepararsi alla morte per la mattina ventura. Furono condotti, come si suol dire, in confortatorio, ciascuno in una stanza separata, e posti in mano ai confratelli della Compagnia della Misericordia, ai quali i miseri dovevano essere affidati fino alla loro inumazione.

Le celle in cui furono posti i condannati erano carceri come le altre, nelle quali presso una parete s'era drizzato una specie di altare con sopravi un crocifisso e quattro candele accese; siccome le porte di queste celle avevano da rimanere aperte, e la custodia dei miseri, senza intromissione di agenti della forza pubblica, era tutta lasciata ai fratelli della Misericordia, ed anco perchè gl'infelici non potessero attentare alla propria vita, si era fatto vestire ai condannati la così detta camicia di forza, e per una catena che si univa ad un anello piantato nel muro, catena abbastanza lunga da permetter loro di passeggiare su e giù della cella, furono avvinti ad una gamba.

Il venire ad annunziare ad un uomo che è pieno di vita: «tu domani morrai,» è una tremenda novella. La natura, l'istinto si ribellano contro questa sentenza: tutte le forze della vitalità insorgono e s'inalberano: il vuoto orrendamente nero del sepolcro spaventa le aspirazioni della vita in pieno vigore dell'organismo; la cosa dapprima non sembra possibile; si crede ad un giuoco feroce, ad un orribile inganno che cesserà ad un punto, si spera follemente un miracolo che vi salvi, si aspetta anche una catastrofe; l'io, avvezzo a far centro se stesso all'universo, come può persuadersi che impreparato, senza transizione, ad un tratto, abbia da venir tolto di mezzo, e quella natura che crede fatta per lui, in mezzo alla quale vive, cui egli per sè riempie della sua personalità, stiasi indifferente ed immota? Esso argomenta contro l'evidenza; come una mosca dentro una chiusa invetrata, gli pare che debba trovare ad ogni momento il passo per fuggire da quella orribile realtà e si urta il capo vanamente contro l'impervia necessità inesorabile. Ad un punto la certezza di questa impossibilità lo assale, lo afferra, direi quasi, alla gola, e l'uomo sente invaso dal sangue in tumulto il cervello indebolito. Entra allora in furore: bestemmia, minaccia, freme, ruggisce; vorrebbe infierire contro sè, contro tutta l'umanità, contro il mondo; si scaglia colla temerità di Satana contro Dio. Più tardi succede la spossatezza; il parosismo della febbre suscitatasi lascia l'abbattimento; la stessa fatica materiale della prima esaltazione, conferisce a domare quel sussulto di nervi; l'incessante crudele pensiero: «fra poche ore morrò» è un potente interno corrosivo che consuma l'energia e le forze. Nell'inoltrarsi della notte cresce questa prostrazione: è quello il tempo che i preti accorti sanno più propizio a rendere efficaci le loro esortazioni religiose. Respinta d'ordinario nelle prime ore in cui il condannato è in confortatorio, nella notte la parola religiosa è accolta con tolleranza dapprima, poi il più spesso, con fervore. Visto inutile ogni lusinga nelle cose umane, il morituro si getta disperatamente nelle braccia della religione e cerca in essa quella forza che sente da ogni altra parte mancargli. Verso il mattino, di regola generale, una certa pace, e per parecchi una vera e positiva pace, è entrata nell'anima del condannato, e il misero s'addormenta di un sonno quasi sempre calmo e tranquillo.

Le impressioni provate, o per dir meglio manifestate dai nostri tre personaggi all'annunzio fatale furono diverse. Stracciaferro colla sua aria sempre più stupidita parve non aver nemmeno compreso; guardò col suo occhio semispento le persone che lo attorniavano; e siccome il secondino lo aveva fatto levare dritto in piedi per ascoltare quella terribile comunicazione, si dispose a sdraiarsi di nuovo sul suo giaciglio. Ne lo impedirono dicendogli che bisognava cambiar di cella ed entrare nel confortatorio. Si lasciò passivamente indossare la camicia di forza, trascinare alla stanza destinatagli, e guardò con una certa curiosità da scemo il carceriere che gli attaccava alla gamba la catena di ferro. I due fratelli della Misericordia che stavano a fargli compagnia (e due dovevano rimanere sempre di guardia intorno a ciascuno dei condannati) vollero cominciare a dirgli qualche parola di conforto; ma egli li guardò con aria così ferocemente imbestialita, ch'essi pensarono essere miglior consiglio per allora non toccare quel tasto. Ch'egli però capisse la sua condizione diede prova poco stante facendo la seguente domanda:

— In confortatorio si dà al condannato tutto quello che desidera, non è vero?

— È una pia usanza della nostra compagnia della Misericordia, gli fu risposto, di cercar di soddisfare ai desiderii di quegl'infelici, per quanto lo consentono le nostre facoltà; e se voi desiderate qualche cosa....

— Ebbene sì; proruppe quell'omaccione in cui fino all'ultimo avevano da predominare gl'istinti materiali: desidero fare una buona corpacciata. Voglio provare il gusto dei ricchi, mangiare come un signore, almeno l'ultimo giorno della mia vita... Mi si dia una pernice... e tutto quello che vi ha di più fino e costoso... e buon vino, barbera suggellato, e una caraffa di cognac.

Graffigna, d'ordinario così calmo, così cauto e prudente, perdette la padronanza di sè, e salì subitamente in un furore senza misura all'udire il brutto annunzio. Si dovette ricorrere alla forza per contenerlo; due uomini robusti furono necessari a vestirgli la camicia di forza, e bestemmiante, urlante, gli occhi piccoli fuori della testa, la schiuma alla bocca, bisognò trasportarlo a braccia nella cella a lui assegnata. Seguitò per un poco a strepitare, maledire, imprecare, minacciare, contorcersi, agitarsi: ma poi abbattuto, non domo, si accovacciò presso il muro dov'era infisso il capo della sua catena e stette rotando intorno occhi spauriti e insieme feroci, che lo facevano rassomigliare in vero ad una volpe presa al laccio che s'aspetta da un momento all'altro il colpo mortale.

Il medichino, egli, com'è facile aspettarsi, aveva mostrato un più nobile e più fiero contegno.