— Vi ci troveremo tutti: esclamarono in coro gli altri con entusiasmo.

— Dio vi ascolti! Io ripiglio la mia giornata di messo della nuova rivoluzione. Possa trovar io per tutta Italia anime come le vostre.

Dopo i più cordiali salutari ed augurii, d'Azeglio risalì nella carrozza e continuò il viaggio verso Milano; i giovani stettero fermi guardando dietro quel legno che s'allontanava, finchè non lo videro più.

Quando giunse il 1848 Mario Tiburzio non fu il solo che prendesse parte alla guerra: si arruolarono eziandio Giovanni Selva, Romualdo e Francesco Benda. Povera sora Teresa! Anche questo dolore le doveva toccare: veder partire per la guerra il suo figlio dilettissimo, che solo erale rimasto in casa. Il padre di Francesco soffrì molto ancor egli, ma nell'attività del suo lavoro industriale a cui si diede con più alacrità di prima, nella robustezza maggiore della sua tempra aveva gli elementi da resistere meglio al dolore. La infelice Teresa, durante l'assenza del figliuolo, andava a calmare l'ansietà dei suoi timori ed a confortarsi colla preghiera, presso sua figlia, nel convento di Santa Chiara, dove ad ogni costo Maria aveva voluto vestire il velo, e consumare la sua giovinezza in una rassegnazione piena di speranza nella vita futura.

Ma giorni di gioia erano pur tuttavia serbati ancora alla famiglia dei Benda. Francesco, divenuto in breve capitano di cavalleria, decorato di due medaglie al valor militare, otteneva finalmente nel 1850 la mano di Virginia di Castelletto. La marchesa di Baldissero, che forse non avrebbe consentito mai a queste nozze, era morta: il marchesino Ettore viveva separato da suo padre, il quale, conosciutolo indegno del suo affetto, come del grado in cui il destino l'aveva fatto nascere, l'aveva scancellato dal suo cuore: il marchese padre si ricordava della promessa fatta a Maurilio moribondo.

Povero marchese! Ancor egli aveva dovuto pagare altro e crudelissimo tributo al dolore. Il secondogenito de' suoi figli, sul quale aveva concentrato la maggior parte del suo affetto paterno, morì a Goito di palla nemica; ed egli andando a prenderne il corpo per venirlo a seppellire negli avelli di famiglia, condusse seco il terzo ed ultimo dei suoi figli, perchè prendesse tostamente il luogo del morto nelle file dell'esercito al servizio del suo Re. Il primogenito intanto si occupava con zelo eroico di cavalli, di cani, di cortigiane e di giuoco.

Il conte e la contessa di Staffarda sparirono dall'orizzonte cittadino. Sparì la Zoe: nella tempesta rivoluzionaria fuggì il principotto suo mantenitore; Andrea morì in carcere; la vecchia Debora fu trovata nel sotterraneo di Macobaro, morta di fame; Barnaba fu nominato nel nuovo ordinamento della Polizia assessore di pubblica sicurezza in una città verso la frontiera orientale; Tofi fuggì innanzi alla luce della libertà, e corse a rimpiattarsi nel suo paesucolo, mangiando la sua giubilazione, sempre cupo, burbero, nemico dei liberali, segretamente ostile ai ricchi, devoto al Re.

Don Venanzio morì qual visse: da santo, e lo pianse tutta la popolazione del villaggio. Ora la sua modesta tomba è già coperta dalle erbe ed obliata.

Obliato del tutto non è ancora Maurilio. Alcuni di quelli che lo conobbero vivono tuttavia, e Giovanni Selva legge di quando in quando qualche pagina di quello scartafaccio in cui egli aveva effusa parte dell'anima sua: e il più spesso dopo quella lettura conchiude:

— Le sono pazzie di paradossi che domani forse diventeranno realtà.