Gettò un grido e ricadde di tutto il suo peso sulle braccia di Selva. Con quell'ultimo grido l'anima era fuggita da quell'infelice corpo tormentato.
Il domani una piccola, mesta schiera accompagnava al cimitero le spoglie di colui che fu nella vita terrena chiamato Maurilio. Quando la fossa in cui venne calata la cassa mortuaria fu ricolma di terra, Don Venanzio pronunziò sovr'essa le ultime preghiere, e gli amici del morto, credenti e non credenti nelle forme cattoliche, udirono con religioso rispetto, a capo scoperto, le solenni parole che colla voce tremolante del vecchio sacerdote acquistavano efficacia maggiore; poi, quando con una ultima benedizione, con un ultimo addio si staccarono da quella tomba, Mario Tiburzio, disse ai giovani traendoli in disparte:
— Ora conviene recarci colà, ad altri, ma men tristi addii. È giunta l'ora: venite.
Lasciarono tornar solo in città Don Venanzio, nella carrozza che il marchese di Baldissero aveva fatta allestire per lui; ed essi, passando traverso i campi, si recarono sulla strada che, passata la Dora sul ponte Mosca, si dirige verso la pianura di Lombardia. Si posero alla distanza di un centinaio di metri dall'ultima casa che si trovava al di là del ponte; e stettero aspettando, silenziosi, mesti e raccolti, dominati dalla solennità della scena di morte a cui avevano allora allora assistito, da quella eziandio del convegno a cui erano venuti. Dopo un poco, sulla strada deserta si udì il rumore di ruote correnti, e si vide venir da Torino una carrozza in posta al trotto serrato di due cavalli. Appena vide i giovani sulla strada, chi era dentro il legno, diè ordine al postiglione di fermare: ed aperto l'usciòlo, ne discese un uomo di alta statura, di nobile portamento, di faccia serena ed intelligente, di aspetto da militare insieme e da cavaliere; era Massimo d'Azeglio, verso cui i giovani s'affrettarono circondandolo con mostre d'affettuosa riverenza.
— Ho voluto darvi qui l'addio: disse il valente scrittore e patriota; per evitare ogni sospetto ed ogni sorveglianza della Polizia. Ci tenevo a stringervi le mani, bravi giovani, ed a lasciarvi per addio e per memoria di me alcuni consigli.... no, dirò meglio, alcune preghiere. Credete a me: l'epoca delle congiure è passata: bisogna oggidì cospirare al bene della patria ed al progresso dell'umanità alla chiara luce del sole. Non si tratta d'uccidere il tiranno, ma di educare il popolo, ed anco i principi, e di elevare le masse. Per questo ci vuole la coraggiosa propaganda della pubblicità.
« — Carlo Alberto fa da senno, io ne sono persuaso; egli è con noi, è obbligato ad essere con noi; non attraversiamogli il cammino, e mettiamoci noi con esso lui.
Mario Tiburzio interruppe.
— Ella ha ragione, sor Massimo. Questi giorni ci ho pensato di molto a codeste cose, e mi sono convinto che per ora miglior mezzo per giovare all'Italia è farsi soldato di Carlo Alberto. Ho rinunciato al mio repubblicanismo (mandò un sospiro) e domani stesso vestirò l'assisa di soldato nell'esercito piemontese.
Massimo d'Azeglio gli strinse la mano.
— Ve ne lodo.... Spero che ci troveremo un giorno nei campi lombardi a combattere, fianco a fianco.