Il marchese pose una mano sotto l'ascella del frate a fargli invito a salire nel legno.

— Venga, venga meco, gli disse, l'accompagnerò fino al Carmine e la deporrò alla porta.

Salirono ambidue, e la carrozza si diresse di trotto verso il luogo indicato.

Per un po' rimasero in silenzio tuttedue: fu poscia Padre Bonaventura il primo che incominciò a parlare col suo tono più insinuante che mai.

— È una dolorosa contrarietà, un fatale contrattempo questa orrenda disgrazia capitata al povero Nariccia. Temo pur troppo ch'egli non tornerà mai più in istato da potersi spiegare chiaramente e farsi intendere con sicurezza; e senza la sua testimonianza è affatto impossibile dileguare quei dubbi che ci si affacciano intorno all'essere di quel giovane.

Il marchese lo interruppe con un gesto che indicava desiderare che per allora non gli si parlasse più di codesto.

— Penserò di meglio quello che mi tocchi di fare, disse: pregherò Dio, e preghi anche Lei per me, di grazia, perchè m'illumini.

S'era giunti al convento del Carmine, il gesuita discese con ringraziamenti, rispettose salutazioni ed umili proteste di devozione, e il marchese continuò la strada per al suo palazzo. Diverse idee gli tenzonavano nella mente, diversi affetti gli agitavano l'animo. I pregiudizi, l'orgoglio, la bontà del suo cuore, il rimorso lottavano in lui, mandandolo a volta a volta ai più opposti partiti. Aveva bisogno di guida e di consiglio, e non sapeva a cui rivolgersi, e non voleva aprirsene a nessuno. Ad un tratto si presentò alla sua mente l'immagine sorridente e bonaria dell'umile parroco di villaggio. Là era il buon senso, là l'onestà la più pura, là una vera religione, la virtù più generosa, il più esatto e preciso sentimento del dovere, là l'ispirazione della carità veramente cristiana.

Salì di fretta nel suo quartiere e fece venire a sè il domestico.

— Cercate subito di Don Venanzio, e pregatelo di venir da me al più presto.