—Bene, sì! disse ghignando. Ti aspetto al giudizio di Dio, Alberto Nori. Io ti ho fatto il più fiero oltraggio che possa un uomo: tu mi hai percosso… qui sulla fronte… Per questo non c'è perdono, non c'è oblio… Tu mi devi odiare, io ti odio… Ti odio fin da quando eravamo in collegio… Già d'allora Dio ha punito la tua tracotanza per la mia mano… che ti ha spaccata la fronte con una pietra.

—Ah! fosti tu!

—Il mio odio, covato nel più profondo dell'anima, s'è accresciuto… da far spavento a me stesso.

Alberto riuscì a liberarsi da Matilde, fu sopra al suo insultatore, e colla robustezza della sua mano, cacciatagli sulla spalla, lo fece curvare a terra.

—Miserabile! gli disse. Dovrei schiacciarti come una vipera introdottasi nel seno della mia famiglia… Dovrei…

Levò la mano poderosa sul capo del tristo chinato innanzi a lui.
Matilde venne a fermargli il braccio.

—No, Alberto! Non macchiarti al contatto di quel vigliacco.

—Vigliacco!… esclamò Emilio. Sia pure… Anche degli insulti di tua moglie, Alberto, hai da rendere ragione… E me la renderai… Non in questa ignobile gara facchinesca, in cui sei facilmente maestro: ma lealmente, in pieno giorno, faccia a faccia, colle armi alla mano…

—Oh, no! gridò Matilde, che ricordò tosto l'infallibile perizia di tiratore, che rendeva sicura la vittoria ad Emilio; no, egli è indegno.

Ma Alberto la interruppe: