Una rabbia, un furore inesprimibile si dipinse sulla figura di quel tristo; la faccia lacerata dalle unghie della donna e gocciante sangue, le guancie d'un rosso cupo e gli occhî che mandavano lampi di malvagità feroce, la schiuma che gli imbiancava la bocca fremente, lo rendevano orribile a vedersi. Nè anco Cesare che s'avanzava in ajuto del cognato, lo riconobbe.

Emilio, sostenendosi sempre colla mano sinistra, colla destra levò di tasca la rivoltella, e la puntò verso il gruppo di Matilde e di Alberto; ma non ebbe tempo di far fuoco, chè Cesare, venutogli di dietro senza ch'egli se ne accorgesse, di colpo gli afferrò con tutte e due le mani il polso, e il projettile deviato dalla scossa andò a piantarsi nel soffitto. Stringendo forte il braccio del cugino, Cesare gli fece cader l'arma di mano, e ratto se ne impadronì. Allora Emilio si volse, invelenito, a quel nuovo avversario, e Cesare lo riconobbe.

—Emilio! esclamò. Tu!

Emilio s'alzò lentamente: sotto le righe di sangue che gli solcavano la faccia, sotto le chiazze di cupo rossore che stavano sulle sue guancie, la carnagione giallognola era diventata verde.

—Emilio! ripetè Alberto attonito, volgendosi verso di lui. Possibile!

Il tristo levò con risoluzione la testa, e rispose impudentemente:

—Sì, sono io… Tu mi hai rapito la mia felicità, e io ho voluto contaminare la tua.

—Ah! sciagurato! gridò Alberto minaccioso, facendo un passo verso di lui.

Matilde lo trattenne al suo amplesso.

—Lascialo nella sua infamia! gli disse. Dio, che t'ha condotto a tempo a salvarmi, lo punirà meglio di quanto potresti far tu.