—Non credo che verrà.

—Perchè?

Vieni, vieni ti racconterò.

E andando tutt'e due di buon passo verso casa, Cesare raccontò come, arrivato alla vista della villetta e del palazzotto, aveva visto Matilde che vacillante stava per entrare in casa, quando, assalita da subito malore, cadeva sulla soglia… Egli era corso a sollevarla, e, ajutato dalla cuoca, che a forza di chiamare aveva fatto accorrere, l'aveva trasportata sul letto svenuta. Là, pei soccorsi prestatile, dopo un poco Matilde era tornata alla vita, ma non in cognizione, perchè vaneggiava con isconnesse, incomprensibili parole, chiamando tratto tratto con istraziante voce di preghiera il marito. Cesare aveva pensato necessario il venire ad avvertire Alberto senza indugio. Quanto a Emilio, aggiungeva, dovergli essere sopravvenuto qualche cosa perchè uscendo di casa egli aveva udito il domestico mandare esclamazioni di meraviglia e di spavento e domandare ajuto, ma Cesare affermava di aver troppa premura di venire dal cognato per fermarsi a chiedere che cosa fosse avvenuto.

I due cognati arrivarono correndo alla villetta e furono di balzo nella camera di Matilde.

Alla voce del marito che la chiamava, la giacente si riscosse, aprì gli occhî, la luce dell'intelligenza tornò a brillare in essi; ed esclamando con immenso affetto:—Ah! mio Alberto, mio Alberto! essa gli gettò le braccia al collo e ruppe in un pianto dirotto da cui ebbe subito grandissimo sollievo.

XVII.

Emilio, quando Cesare si fu partito da lui, ordinò al servo di andare al villaggio a far allestire il carrozzino, perchè fra un'ora al più, egli sarebbe partito, poi, rimasto solo in casa, egli finì di preparare una sua valigetta, si pose in tasca tutti i denari e i valori, e visto che mancavano appena dieci minuti alle sei e mezza, prese sulla tavola del salotto la rivoltella che già aveva sceverata dalle altre, e si mosse per uscire. Ma sulla porta s'incontrò in una donna che entrava impetuosa. Era Matilde.

Svegliatasi poco dopo la partenza d'Alberto, la misera donna stette dapprima in un momento di fortunato oblìo di quanto era avvenuto; poi la mente ancora confusa travide la funesta verità, ma annebbiata ancora, ed essa si domandò se era un angoscioso sogno che avesse fatto, oppure una crudele realtà. Aimè! il dubbio non durò a lungo. Il sentimento della brutta realtà invase ad un tratto, quasi con violenza, l'animo della poveretta; essa sorse a sedere sul letto: gettandosi le mani alla fronte e chiamando con voce tremula per angoscia e paura: Alberto! Alberto! Nessuno rispose. Matilde volle scendere dal letto; ma si sentì così fiaccata, che si persuase non avrebbe potuto reggersi in piedi. Afferrò il cordone del campanello e suonò. Le altre mattine Lisa era sollecita ad accorrere, quel giorno nessuno venne. Matilde tornò a suonare parecchie volte con crescente forza finchè riuscì a scuotere la cuoca nella lontana cucina e la fece accorrere al letto della padrona.

Questa apprese così che la Lisa e Battista non si trovavano da nessuna parte, che all'alba era venuto il servo del signor Lograve con un biglietto pel signor Cesare e che poco dopo i cognati erano usciti insieme. Dov'erano andati?—Ah! la cuoca non lo sapeva, perchè dalla sua cucina non aveva potuto vedere da qual parte si fossero diretti. Matilde mandò un gemito. Era certo che la provocazione era venuta con quel biglietto di Emilio, e che il duello doveva aver luogo, forse succedeva in quel momento, forse già era avvenuto!