Emilio fu assalito da un vero accesso di furore; fantasticò ogni fatta di propositi violenti a vendicarsi.
Il pensiero di Matilde in braccio ad un altro gli era un supplizio che l'angosciava giorno e notte. E quell'altro così felice era quel Nori, per cui fin da ragazzo egli aveva avuto un odio, un rancore speciale! Stette a un pelo di pentirsene e precipitare in patria per costringere Alberto a un nuovo duello da cui non lo avrebbe più lasciato uscir vivo di certo. Ma se ne trattenne comprendendo che siffatto scontro sarebbe stato sicuramente impedito. Calmato il primo furore, un'altra vendetta che giudicò più cara, più degna e più compiuta, venne a sorridere al suo tristo talento.
—Egli l'ha sposata, pensò, ha vinto la prima partita, ma non può darsi una rivincita?… togliergliela, strappargliela… averla, ora che è sua, ferirlo nell'amore insieme e nell'onore!… Impossibile?… E perchè?… Matilde è onestissima e mi odia… Ah! l'onestà delle donne, anche la più pura, può transigere sotto l'impero d'una necessità: anche l'odio la necessità fa superare… Crearla questa necessità, farla incombere minacciosa, imminente, inesorabile… Con arte, con pazienza… e il mio cervello d'artificî non ha penuria, e di pazienza il mio odio ne saprà avere. Chi sa?
Continuò i suoi viaggi. Visitò la Francia: visse la vita chiassosa di Parigi: e in quel bailame dove si cola, s'agita e ribolle «la gran fiumana di tutti i vizî d'Europa e d'America» non ebbero a farsi migliori il suo cuore, l'anima, l'indole. Passò in Inghilterra, e ciò da cui più venne colpito furono l'egoismo, la crudezza della lotta degl'interessi, il disprezzo pei deboli che contraddistinguono quella razza di forti; in Germania vide il trionfo della forza: a Berlino e Vienna incontrò le stesse passioni, gli stessi difetti e vizî e ingiustizie, onde la sua primitiva disistima degli uomini e delle donne, il suo scetticismo, il suo rancore contro chi godeva gioje a lui contese, la sua rabbia di soddisfare le sue brame si accrebbero, nè migliorarono i suoi costumi e il suo carattere. Dopo cinque anni, intravvenuta un'amnistia pei reati di duello, Emilio Lograve tornava in patria, ancora più tristo, più invidioso, maligno, ma esteriormente cambiato affatto, grazie alla maschera e alla veste d'agnello ch'egli aveva creduto utile imporsi e aveva saputo vestirsi.
XI.
«Caro Cesare,
«Eccomi di ritorno in patria, ma ben diverso da quello d'un tempo. Gli anni, l'esperienza del mondo, la mia volontà hanno domato il mio umore, vinto gl'irosi impulsi del mio carattere. Mi sono fatto umile come un povero e mite come un agnello. E sono solo, senza legami, senza affetti, mentre un prepotente bisogno mi è nato di voler bene ad altrui, e che altri mi voglia bene.
«Pensare che questo tesoro d'affetto potrei averlo nella tua famiglia! Il mio padrino, io lo amerei, sento d'amarlo come un padre: te e Matilde, come fratello e sorella. Ma non oso neppure presentarmi alla soglia della vostra casa. Che accoglienza mi farete voi, e quale Alberto Nori?… Certi momenti m'imagino che io, andando a lui con una mano tesa e dicendogli: «Dimentica: io nell'avversario d'una volta, non vo' veder più che un nuovo congiunto,» egli accetterebbe la mia destra e mi chiamerebbe cugino. Credo di ciò capace il carattere generoso del Nori; ma poi mi sgomento e non oso espormi al pericolo che un ostile accoglimento ridesti in me l'antico dèmone dell'ira.
«Ma di te almeno, spero e confido che tutta affatto spenta non sarà quella benevolenza, che mi dimostrasti un giorno, e ad essa faccio appello, come un assetato per soccorso d'un bicchier d'acqua. Vediamoci; poichè io non posso venire da te, vieni tu da questo povero solitario. Benvenuto tanto più se mi recherai la faccia e il cuore dell'animo di prima: benedetto se potrai darmi da parte dei tuoi una parola di pace.
«Tuo aff. EMILIO LOGRAVE.»