Il fratello di Matilde si affrettò di comunicare quella lettera al padre, alla sorella, al cognato. I due uomini credettero scorgervi sincerità di pentimento, vere intenzioni di accordo e desiderio di affetto: e Alberto, coll'impeto della sua generosa e subitanea natura, manifestò il proposito di andar tosto egli stesso a pigliare per mano il reduce, e trarlo seco, e introdurlo nella famiglia. Ma non fu di questo parere Matilde, la quale con molta freddezza, anzi con molta diffidenza, accolse l'atto di resipiscenza del cugino.
—Cambiato? diss'ella, sarà! Ma prima di ammetterlo in casa, vorrei averne delle prove migliori che le semplici parole. Andare da lui, tu Alberto, no sicuramente. Cesare gli rechi pure il nostro perdono. Viva perdonato, ma lontano; è il meglio per tutti.
Emilio fu con Cesare un commediante perfettissimo. Si commosse di gioja, di tenerezza, di gratitudine; perorò, pianse. Comprese dalle impacciate parole del poco destro Cesare, che Matilde impediva la riconciliazione di andare fino all'espansione dell'amicizia, e disse che essa aveva ragione: che il passato le dava innegabile diritto di diffidare; ma che egli sperava, col tempo, vincere i dubbî e i sospetti anche di lei, e giungere allo scopo tanto agognato di essere pei Nori come pei Danzàno un vero fratello. Intanto non gli si negasse almeno la consolazione di poter vedere il caro padrino, il protettore della sua infanzia, cui egli amava più di tutto al mondo.
Il vecchio Danzàno lo accolse molto freddamente, ma Emilio mostrò non accorgersi di quella freddezza. Cominciò per venire dal padrino una volta la settimana, poi due, poi quasi tutti i giorni. Non cercava mai di vedere Matilde; se la incontrava per caso, la salutava e tirava via. Sapeva svagare il vecchio raccontandogli i suoi viaggi, facendolo discorrere del passato, leggendogli libri e giornali. Lo accompagnava anche a passeggio, sostituendosi a Cesare che preferiva esser libero ed a Matilde e Alberto che consacravano viepiù il loro tempo ai figli. Il caso venne ancora in suo ajuto. Il padre di Matilde cadde gravemente ammalato: ed Emilio, richiamatosi alla memoria quanto aveva studiato di medicina, partecipò alla cura, seppe agli altri medici persuadere le sue idee in proposito, e l'infermo dovette credere che a salvarlo aveva giovato più di tutti e quasi unicamente la cura del figlioccio. In verità egli non risparmiò nè tempo, nè attenzioni, nè tratti servizievoli intorno al giacente, vegliando il più delle notti e sapendo così bene interpretare, indovinare i bisogni di lui, i desiderî, le idee, che nessun altro valeva a soddisfare ugualmente il malato, anche quando già entrato in convalescenza.
Matilde, da principio s'era adattata assai malvolentieri a trovarsi sempre in compagnìa di Emilio, ma poi vedendone la buona, zelante e giovevole opera, si era dipartita a poco a poco dalla primitiva ostile freddezza, e grazie pure alle umili, insinuanti, affettuosamente bonarie maniere di lui, aveva lasciato introdursi fra loro una certa famigliarità che aveva anche le apparenze dell'amicizia. E così non era trascorso un anno dal suo ritorno, che Emilio vedeva effettuato il voto da lui espresso nella lettera a Cesare, di essere cioè accolto nella casa di Alberto e da Alberto stesso come un congiunto. Con Matilde egli continuava nella sua fredda riserbatezza: non cercava mai di essere solo con lei, anzi, ne sfuggiva l'occasione; se la cosa avveniva, egli accresceva ancora la espressione di indifferenza, che aveva di solito, e più presto che poteva, partivasene. Due sole volte quell'interno fuoco, ch'egli così abilmente nascondeva, fu sul punto di manifestarsi.
La prima nella camera del convalescente, quando questi era appunto ritornato da una passeggiatina fatta in compagnìa e col sostegno di Emilio. Stanco il vecchio erasi abbandonato sulla poltrona, e Matilde, che era accorsa sulla soglia del quartiere a riceverlo, e lo aveva guidato fin là, gli accomodava dietro la testa e le spalle i cuscini. Era essa così bella in quell'atto, con una sì seducente espressione di amorevolezza, che Emilio, nel contemplarla, sentì le fiamme salirgli al capo. Nell'ajutarla ad accomodare un guanciale, Emilio incontrò colla sua la mano di lei, e involontariamente la prese, la strinse. Matilde liberò vivamente la destra, e levò in volto al cugino uno sguardo stupito, quasi offeso, interrogatore. Ma il giovane aveva già ripreso il possesso della sua volontà, e il dominio della sua passione; spense con meravigliosa rapidità il lampo degli occhî, atteggiò le labbra ad un sorriso innocente, e disse colla calma d'una discreta ammirazione:
—Che brava infermiera, e che buona figliuola sei tu!
Matilde non ci pensò altrimenti.
La seconda volta così avvenne. Emilio sorprese la famigliuola Nori in uno di quei momenti d'espansione della mutua tenerezza che sono così cari e soavi. Marito e moglie abbracciati avevano intorno i figliuoletti che facevano ressa per essere accolti e carezzati in quell'amplesso anche loro. Quelle testoline bionde, ricciute, quei visini rosei, paffutelli, quegli occhietti vividi, furbicciuoli, amorosi, quei labbruzzi porporini, da cui usciva la cara melodìa di parole nella tenera voce infantile, e in mezzo quelle due belle figure d'uomo e di donna giovani che avevano intorno l'aureola della felicità e della tenerezza, formavano uno spettacolo da commuovere e rendere invidioso qualunque. Emilio impallidì, si scusò di venire a disturbare. La sua presenza pose fine a quella intima festicciuola. Dopo un breve discorso, Alberto si alzò e disse dover uscire.
—Conducimi teco, incominciò il maschietto più grande, conducimi a spasso, babbino mio.