—Ma voi non avete mica finito di rassettar la camera? notò Emilio.

—No, signore, ma smetto per non disturbare. Là… tornerò più tardi.

—No, no, fate la vostra bisogna; non mi disturbate niente affatto.

Il domestico s'inchinò e riprese il suo lavoro.

Emilio, voltando le pagine del libro, lo guardava di sottecchi. Non era la prima volta che egli facesse attenzione a quel giovane; tutto quello che apparteneva alla casa egli l'aveva esaminato e studiato: la cuoca, una buona donna senza nessuna nota speciale; la cameriera, abbastanza bellina per essere civetta, e giovandosi della facoltà, ma contenuta dalla severità della padrona che non avrebbe tollerato neppure una leggerezza nella sua condotta; fra lei e il domestico, Emilio aveva creduto di osservare alla sfuggita, molto alla sfuggita, qualche lieve cenno d'intelligenza, e si era permesso di appurare la cosa. Il domestico era un giovinotto di venticinque anni, di statura bassotta, tarchiato, con capelli rossigni, fronte bassa, testa quadra, labbra grosse, una falsa aria da nesci, il portamento da contadino rincivilito e negli occhî vivaci, a lampi, la rivelazione d'una intima furberìa che si voleva nascondere.

Su questo cotale, Emilio aveva fondato alcune speranze.

—È da molto tempo che siete in questa casa? domandò Emilio colla indifferenza di chi parla tanto per non istare in silenzio.

—Sì, signore; più di sei anni, fin da prima ancora che il signor
Alberto si ammogliasse.

—Vuol dire che siete proprio affezionato al vostro padrone?

—Si figuri!… Sono figliuolo d'un suo contadino. Sono nato, si può dire, al servizio di questa famiglia. Siccome il lavoro dei campi mi piaceva poco e il vivere a polenta e acqua mi piaceva niente, mi sono raccomandato al signor Alberto; ed egli credendo, per sua bontà, di vedere in me qualche disposizione a diventare un buon servo di casa, mi prese con sè…