E la donna incalzando sempre più:
— Sì, la mia disgrazia vuole che V. A. possa credersi in facoltà di trattar meco in tal guisa... Ah quel passato, quell’orribile passato, che mi sta impresso pur troppo nella mia memoria come un marchio di fuoco nella carne! Ma se V. A. non sa tutto quanto ho fatto per liberarmene, per espiarlo, per farmi degna che fosse cancellato, Ella deve pur sapere quali circostanze dolorose, terribili venissero ad attenuare... non dirò neppure la mia colpa... ma la mia sventura.
Il duca allargava sempre più gli occhi e la bocca.
— Che giuoco è codesto?... Che scena di commedia mi vieni recitando? Smetti, via, che m’impazienti... ed è tutto tempo perduto.
Fece un atto come per prenderla ad un braccio; ella mandò il grido che mandano in teatro, nella scena culminante di un dramma a forti emozioni, le vittime senza difesa perseguitate dalla violenta passione del feroce tiranno: gettò questo grido e si fece indietro, fino a prendere in mano la tenda dell’uscio, pronta a fuggire per esso gli audaci atti del principe. — Altezza, — disse; — io faccio appello a tutta la generosità della sua natura. Ella non disprezzerà la preghiera d’una donna che la supplica. Dimentichi il passato: non veda più in me che una donna, la quale è venuta qui per salvarla.
Il duca stava per interrompere e dire qualche cosa, quando l’uscio dell’antisala s’aprì bruscamente e comparve di nuovo, sollecito, il colonnello Anviti.
— Perdono Altezza! — diss’egli, mentre il principe si voltava a fulminarlo d’uno sguardo fieramente corrucciato. — Perdoni se oso entrare di questa guisa; ma ho appreso or ora tal cosa, che mi è parso importante, indispensabile di venire subito a comunicare a V. A.
Il principe rispianò un pochino la sua fronte corrugata di Giove in collera.
— Che cosa? — domandò.
— Che poc’anzi nel quartiere di questa signora s’è introdotto misteriosamente un uomo.