La folla de’ curiosi li aveva seguiti anche di là del confine e aveva fatto cerchio a una certa distanza intorno ad essi, dando così al terreno in cui aveva luogo il duello la sembianza d’un torneo in campo chiuso, in cui erano scesi a cimentarsi un rappresentante dell’esercito austriaco e uno dell’esercito piemontese.
Ma noi, mentre questi due campioni si affrontano e si provano, facciamo un balzo fino a Torino, dove è tempo che impariamo a conoscere la illustre e celebre famiglia dei Sangré di Valneve.
XXX.
Il palazzo in cui abitava il conte padre colla moglie, il secondogenito e la figliuola, era una recente, elegante costruzione da lui stesso fatta sorgere in Borgo Nuovo: egli aveva così abbandonato l’antica sede della sua famiglia che da secoli trovavasi in una delle strette vie della parte più vecchia della città, residenza melanconica per iscarsa luce, poco sana per mancanza d’aria, annerita dal tempo. Egli non s’era deciso, senza esitazione e contrasto, ad abbandonare quel palazzo, in cui aveva vissuto per sì lunga serie di tempo la sua stirpe, uno scrigno, per così dire, di memorie, alcune dolorose pur troppo, ma molte gloriose eziandio e moltissime commoventi; ma avevano finito per decidervelo le ragioni igieniche. Egli vedeva la sua famiglia, che pure amava cotanto, venir su così debole, così ammencita, così stentatamente, che il suo cuore se ne stringeva di pena ogni giorno più. Ernesto, il primogenito, benchè fosse rimasto esile e piccino, era pur tuttavia pieno di brio, di vivacità, di vigor giovanile nell’animo e nelle membra; ma egli aveva abbandonato presto la scura e triste casa paterna per entrare nell’Accademia militare, dove gli aveva giovato assai il cambiato genere di vita. Il fratello di lui, Enrico, e la sorella Albina, malgrado le cure amorosissime, incessanti, dei genitori, della madre sopratutto e d’ognuno della servitù, parevano pianticelle a cui è avverso l’ambiente della stufa ove crescono e che appena è se si tengono in vita.
Il medico di casa giunse a persuadere il conte presidente che ad aiutare nel loro sviluppo que’ teneri organismi non bastavano le metodiche passeggiate nella grande carrozza intorno a piazza d’armi, non il poco ruzzare nei grandi, freddi, scuri saloni del palazzo, non quel breve villeggiare d’un mese appena, che concedevano le ferie al presidente della Corte d’appello, ma ci voleva un tutt’altro genere di vita, e aria e sole e moto e libertà. Il buon padre fece allora fabbricare il nuovo palazzo nella parte più ridente della città, vi aggiunse per appendice un vasto giardino, e venuto a dimorarvi, presa la giubilazione della sua carica, tutto si consacrò all’educazione e all’amore de’ figli.
Con questi cresceva un nipote, Giulio, figliuolo di un fratello più giovane del presidente, un umore bizzarro, un carattere avventuroso, che pochi anni prima era morto in America, dove si era recato per ismania di novità e anche, diceva lui, per far fortuna, avendo egli colle sue follie stremato assai le sostanze che per sua parte aveva ereditato dal padre.
Il conte presidente, alla partenza del fratello cui aveva fino all’ultimo sconsigliata, aveva preso seco il nipote, e lo aveva tenuto precisamente come se fosse suo figlio. Anzi, potè notarsi ad un punto che le cure, l’interessamento e anche l’affezione verso di lui, crebbero assai nello zio, il quale certe volte, parlandogli, guardandolo, aveva nell’aspetto, nel suono della voce, nell’espressione, qualche cosa di commosso, come un rimpianto, una pietà.
In quel frattempo il conte aveva avuto eziandio un vivo dolore. Amicissimo di lui e del fratello Armando, partito per l’America, era stato fin dai primi loro anni il marchese Leonzio Respetti-Landeri, lontano congiunto della loro famiglia, col quale i due Valneve erano cresciuti amandosi e serbandosi reciproca fiducia come altrettanti fratelli. Il figliuolo del marchese Leonzio, figlioccio del conte di Valneve, erasi dato alla carriera diplomatica, e giovanissimo ancora era addetto all’ambasciata di Pietroburgo, quando suo padre, assalito da una tremenda ipertrofia di cuore, venne in una mostruosa idropisia e assoluta paralisi che per più mesi lo tenne inchiodato sopra un seggiolone, incapace di muoversi, perfino di recare da sè stesso il cibo alla bocca. Il suo amico e congiunto Sangré, ebbe per lui le più amorose cure, e fu nelle braccia del conte che l’infelice sulla stessa poltrona a rotelle dove stava abitualmente, facendosi dal domestico spingere qua e là, morì una sera dopo una lunga conferenza che ebbero insieme Ernesto e Leonzio nello studiolo di quest’ultimo.
Ma della morte del marchese Respetti-Landeri padre, avremo in seguito ad occuparci di meglio, e allora assisteremo a quella dolorosa scena.
Ernesto Respetti-Landeri non potè tornar subito dalla Russia perchè trattenutovi da una malattia; e quando giunse a Torino, due mesi dopo, trovò che tutti gli affari della successione erano già stati assestati dall’amico di suo padre, il presidente.