I due ufficiali si consultarono un momento.
— Noi corriamo qualche rischio, — disse poi uno di loro: — quanto meno, non isfuggiremo certo gli arresti; ma non importa; non sarà mai detto che per causa nostra non abbia potuto aver luogo o siasi dovuto ritardare una sì bella partita d’onore. Andiamo pure.
I duellanti si vestirono tranquillamente, presero le armi sotto il braccio e poi, ciascuno accompagnato dai suoi testimoni s’avviarono.
— Dove vanno? Che si fa? — interrogarono i gendarmi.
— Si fa a piedi una passeggiatina di salute: — rispose giocosamente a suo modo il conte di Valneve: — e si va al di là del confine in Piemonte.
La folla di curiosi che in questo frattempo era sempre cresciuta intorno agli attori di quella commediola, udito la risposta del piemontese fatta a voce alta e tono beffardo, ruppe in applausi. I gendarmi rimasero lì in asso innanzi ad un caso che non avevano preveduto; e i due avversari coi secondi, in due piccoli gruppi, alla distanza d’una diecina di passi l’uno dall’altro, se ne andarono tranquillamente verso il confine che da quel luogo era distante appena un mezzo chilometro. La folla tenne loro dietro alla lontana.
Quando ebbero varcato la frontiera, fu tosto trovato un luogo piano ed acconcio.
— Signori! — disse il piemontese, a cui pareva di dover fare gli onori di casa: — ecco un terreno adattissimo; e se loro non hanno ragione in contrario, possiamo restarvici e terminare la nostra faccenduola.
Tutti annuirono.
I duellanti si levarono di nuovo il soprabito, impugnarono di nuovo le armi, furono appostati l’uno in faccia dell’altro, e quando suonò la voce de’ testimoni: «Avanti, signori!» le due sciabole lucenti s’incontrarono per aria mandando lampi sotto i raggi del sole.