— E chi ne ha avuto ne ha avuto: — aggiunse beffardamente Sangré.
— Se noi rifiutassimo d’obbedire, — domandò con fierezza il capitano degli ulani, — avete voi ordine di arrestarci?
— Le nostre istruzioni, — rispose il gendarme, — sono d’invitare loro signori a fare quanto abbiamo detto; se poi volessero resistere, sì certo, siamo costretti a procedere anche con rigore per ottenere eseguiti gli ordini.
I due testimoni dell’austriaco, che erano ufficiali parmensi, tentarono di ottenere dai gendarmi che desistessero, ma li trovarono inflessibili, ned essi d’altronde credettero di potere troppo vivamente insistere.
— Il duello di lor signori, — conchiuse il gendarme, — a nissun modo non potrà aver luogo sul territorio del ducato di Parma.
— E sia pure! — disse sollecito il conte Ernesto. — Io non ci tengo di molto a battermi qui piuttosto che lì. Ciò che non può accadere in terra parmense può aver luogo in terra piemontese. Io m’affretto, come ci fui così gentilmente invitato, a passare il confine, e chi avesse voglia di scioglier colà la nostra piccola questione non avrebbe che da seguirmi. Là, ne do io la più compiuta assicurazione, non verrà più nessuno a disturbarci.
— Facciamo così: — aggiunse sollecito von Klernick. — Andate pure, conte, vi seguirò a dieci passi.
— Ci siete? — domandò Ernesto volgendosi ai suoi testimoni.
Alfredo e Pietro s’inchinarono in segno di pronto assentimento.
— E voi signori? — chiese a sua volta il capitano austriaco ai suoi secondi.