Alfredo era entrato nella sua camera per cercarvi un po’ di riposo; ma questo, di cui pure egli aveva tanto bisogno, non doveva essergli così tosto concesso dai suoi sensi eccitati e dal suo spirito turbato, perchè ad accrescere questo turbamento e quell’eccitazione, lo aspettavano là, presso al suo letto, un mazzolino di fiori odorosissimi e una letterina più profumata ancora dei fiori.
Subito quel profumo intenso e sottile, che aveva qualche cosa di acre insieme e di soave, lo aveva assalito, lo aveva avvolto come in un’onda, gli era salito al cervello. Ah quel profumo egli lo conosceva bene: aveva respirato per delle ore, due notti prima, un ambiente impregnato di esso, se n’era sentito accarezzare, compenetrare per tutti i pori, possedere. Chiuse istintivamente gli occhi e rivide una camera voluttuosa, in una penombra piena di dolci misteri e un quadro colla cornice dorata, in cui un sorriso di donna, provocatore, lusinghiero, promettente e uno sguardo pieno di fuoco. Riaprì gli occhi e fece due passi protendendo le braccia, quasi nella certezza che di dietro alle cortine dovesse venir fuori viva e reale quella bellezza di cui l’immagine gli si era destata nel cervello; vide sul marmo del tavolino il mazzetto di viole e la busta di carta color crema. Esitò un momentino; poi prese, quasi con violenza, quei fiori e ne aspirò lungamente gli effluvii.
— Una cortigiana! — mormorò, i denti stretti, con un misto di rabbia, di dolore, di passione. — No! Una vittima... Presa, deturpata e poi lasciata nel fango da un principe corrotto... che ora vorrebbe riavvilirla co’ suoi sconci amori!... Ma se l’anima non s’è degradata? Se?...
Rigettò con dispetto il mazzolino, il cui acuto odore gli faceva ora una dolorosa impressione, e afferrò la lettera: ma questa emanava un profumo ancora più forte, ed era quello che egli aveva sentito nella camera di lei, negli abiti, nei capelli, nelle carni di lei!...
Aprì con mano agitata la busta, spiegò il fogliolino e lesse:
«Siete partito per affrontare un pericolo; ah l’ansietà e l’inquietudine che provo mi rivelano di quanta forza sia l’affetto ch’io ho per te. — So che anche qui a Parma pericoli vi minacciano. Tremo: t’amo: darei la vita per salvarti, per procurarti la felicità... Venite subito, appena siate di ritorno; venite perchè abbia fine la mia dolorosa aspettazione, perchè possiamo studiare insieme i mezzi di allontanare da voi ogni minaccia. Non faccio che pensare a voi... Oh t’amo tanto!»
A queste parole il sangue de’ venti anni ribollì ancora più forte nelle vene di Alfredo; s’affrettò al tavolino e scrisse sopra un foglio di carta azzurrigna ornata delle sue cifre sormontate dalla corona di conte queste poche parole:
«Fra mezz’ora sarò da te. — Alfredo.»
Poi suonò pel cameriere; si ordinò un bagno e si fece preparare abiti eleganti da vestire dipoi. Ma ecco una stranezza che non seppe spiegare neppur egli a sè stesso: mentre credeva tutto l’essere suo occupato d’un solo pensiero, l’anima piena d’una sola immagine, a un tratto, — e chi ne avrebbe saputo dire il perchè? — a un tratto affacciarglisi alla mente un’altra gentile, — più gentile — più soave, ammirabile figura muliebre.
Eppure quella figura egli non l’aveva vista mai viva e reale; egli non l’aveva ammirata che per un fugace momento in un ritrattino miniato. Come s’era essa potuta imprimere così vivamente nella sua memoria, nell’anima sua, che era pur tutta piena dell’immagine d’un’altra donna? E quanta dolcezza in quello sguardo mite dagli occhi cilestri, quale aura di paradiso intorno a quella candida fronte, a quelle chiome finissime, pallidamente dorate, quale incanto dal vivace color di rosa di quelle labbra che non sorridevano e non eran meste, dall’ovale di quel volto sereno e ilare, pur pensoso! Quelle sembianze, sorgendogli nel pensiero, parvero spirare su di lui un alito di pura freschezza che gli calmò alquanto l’effervescenza del sangue. Trovò egli stesso un paragone: gli parve passare a un tratto dall’affocato splendore d’una giornata d’estate alla brezza leggera e graziosa d’un vespro primaverile. Ah che nobile, distinta, sublime bellezza di fanciulla! Chi sa quando egli l’avrebbe potuta vedere, la sorella del conte di Valneve! Chi sa se l’avrebbe veduta mai! Chi sa se, vedendola, l’effetto della realtà non avrebbe distrutto quello suscitato dal solo ritratto! E tuttavia Alfredo sentiva che pur la vista di quelle sembianze dipinte aveva sminuito in lui il fascino delle accorte, procaci bellezze di Zoe; l’influsso vertiginoso, inebbriante di questa, se a contatto con lei poteva ancora essere potente come prima, in lontananza si urtava in un influsso diverso, quasi può dirsi opposto, e non ne aveva facile vittoria. Di più il giovane s’accorse ancora che se l’influsso della Zoe lo turbava, gli lasciava l’animo sconvolto, mal soddisfatto, amaramente irrequieto, quello della nobile fanciulla infondeva in lui una specie di tranquillità, di pace serena, di pura e vaga tenerezza, che lo sollevavano e gli pareva, a lui medesimo, lo rendessero migliore.